Riforma del Senato, la quadra non si trova. Il premier ha fretta ma il Cavaliere frena: hai cambiato le carte in tavola

È partito il count down per la riforma del Senato targata Renzi. Ma la strada è ancora in salita malgrado l’ottimismo del premier, che in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama spera di incassare un primo via libera al testo base del ddl costituzionale. «Voler cambiare non è autoritarismo», dice l’ex rottamatore alle prese con le insidie dei suoi. Dopo una lunga riunione la seduta è terminata con una fumata nera e la commissione tornerà a riunirsi nelle prossime ore. Berlusconi torna a mettersi di traverso: «Così diventerebbe un dopolavoro per sindaci in gita turistica a Roma. Eravamo d’accordo – ha detto il Cavaliere a Tgcom24 – con la diminuzione delle spese, la non elezione diretta dei senatori, la non approvazione da parte del Senato delle leggi e della fiducia al governo. Poi, senza consultarci, Renzi, che da non eletto ha un deficit di credibilità, ha fatto approvare dal Consiglio dei Ministri un assetto inaccettabile». Insomma troppa fretta, «il Senato esiste da duemila anni. Ma come si può pensare di ridurre e cambiare il Senato in due settimane? È una cosa veramente assurda». Il restyling del Senato con i paletti imposti dal governo, la non eleggibilità dei senatori, la pesante nomina da parte del Quirinale, l’eccessivo numero di consiglieri regionali e sindaci “cooptati”, continuano a non piacere non solo alle opposizioni ma anche all’area civatiana del Pd. La ministra Maria Elena Boschi, però, non molla mettendo a dura prova la pazienza dei relatori Anna Finocchiaro (Pd) e Roberto Calderoli (Lega) alle prese con un testo base sul quale si continua a trattare incessantemente. Per la Boschi «l’accordo sui punti in sospeso sarebbe molto vicino» anche sul sistema di elezione dei senatori rappresentanti delle Regioni, uno dei temi più discussi. Anche sul punto dei 21 senatori di nomina presidenziale «occorre una riflessione, magari rivedendo il numero», dice. Il governo vorrebbe far approvare il testo Boschi così com’è e solo dopo discutere le modifiche mentre la minoranza del Pd, Lega, Forza Italia e Nuovo centrodestra non si fidano e chiedono garanzie: per tutta la notte gli sherpa hanno lavorato a un ordine del giorno con le modifiche concordate ed è spuntata l’idea (messa a punto nell’ufficio della Finocchiaro) di un doppio voto, prima l’ordine del giorno e poi il testo licenziato da Palazzo Chigi. Una procedura a dir poco anomala per evitare l’ennesima figuraccia al governo. «Non esistono precedenti di quello che sta accadendo ora in commissione e cioè che prima di adottare un testo base si debbano votare degli ordini del giorno – commenta Loredana De Petris di Sel – Questa cosa dell’odg, oltre tutto, mi sembra proprio uno stratagemma che porta sfiga. Vi ricordate infatti l’ultimo odg presentato in commissione? Servì solo a far spostare la legge elettorale alla Camera…».
La confusione regna sovrana: finora l’unico odg è quello depositato da Calderoli sul quale ci sarebbe d’accordo dell’80 per cento dei senatori in commissione e Renzi ci starebbe facendo un pensierino. La proposta contiene la rappresentanza territoriale dei senatori, «che però devono fare solo i senatori, non anche i consiglieri regionali». Quanto al metodo per scegliere i “senatori regionali”, dato che ogni Regione si sceglie il proprio sistema elettorale, «avrebbe senso che ciascuna Regione decidesse per sé». Dell’ordine del giorno della maggioranza finora non c’è ancora traccia. Forse verrà modificato il testo di Calderoli. Ancora nessuno lo sa.