Renzi: «Italicum entro l’estate, ma non penso al voto». E ai militanti dice: «Guardate le serie americane»

Primo: allontanare l’idea che sia tentato dalle elezioni politiche. Secondo: tendere una mano all’opposizione interna, per neutralizzarla, farsela amica e non doverla più combattere in una guerra che, soprattutto ora, potrebbe farsi più insidiosa e strisciante. Sono i due problemi principali che Matteo Renzi

ha voluto affrontare nella direzione del Pd, perché anche una “vittoria senza precedenti” come quella delle europee comporta qualche criticità, prima fra tutte il sospetto. «Immediatamente dopo la fine del passaggio in Senato delle riforme costituzionali, e comunque entro l’estate, deve essere approvata la legge elettorale», ha spiegato il premier, affrettandosi a chiarire che questo obiettivo non è finalizzato ad «andare a votare». Renzi ha poi parlato di riforme, lavoro, dossier caldi – come Ilva, Alitalia e Rai – per confermare l’idea di voler dare al governo un respiro di legislatura. «Nessuno di noi farà campagna acquisti in Parlamento, ma la disponibilità a riflettere nell’orizzonte del 2018 è fisiologica perché si sono verificate circostanze come la scomparsa di altri partiti, una cosa positiva per dei sinceri bipolaristi», ha detto il presidente del Consiglio.

Larga parte del suo intervento, però, è stata dedicata ad un altro genere di rassicurazione: quella rivolta all’interno del partito, dove il segretario sa di potere e, per certi versi, dovere cavalcare l’onda del successo per affrancarsi dall’immagine dello sgomitatore, dell’accentratore, di quello che si è imposto con un colpo di mano. L’opportunità per formalizzare la svolta è dietro l’angolo: una assemblea nazionale che lui stesso ha proposto per il 14 giugno. «Vorrei che fosse l’occasione per una ripartenza, un nuovo inizio insieme. Il Pd non può essere una sommatoria di correnti o il modo di ricordare quello che è accaduto al congresso», ha detto Renzi, aggiungendo che «dobbiamo arrivare all’individuazione della nuova segreteria: la metà sta al governo e non ha senso che rimanga così». L’obiettivo cui tendere è «la gestione unitaria», che «se ci sarà, non è il tentativo di riproporre schemi vecchi o spartizioni correntizie, ma è corresponsabilità una volta chiariti gli obiettivi. Se le persone ci vogliono stare, ci staranno». Il non detto, non esplicitamente almeno, è che da qui Renzi vuole ripartire per forgiare un partito a propria immagine e somiglianza, tanto da fare della “politica del giubbotto alla Fonzie” una impostazione di scuderia. Il segretario ha rilanciato l’idea della formazione. «Dobbiamo individuare un numero fisso di persone da formare con strumenti tradizionali, ma anche con le serie tv americane. So che qualcuno si mette mani nei capelli – si è schermito – ma imparare anche un racconto è importante». Anche questo dovrebbe contribuire a fare del Pd un partito che, nelle sue intenzioni, deve mettere «la residenza nel 40%», qualcosa che «nel disegno originario di Walter Veltroni era un approdo». Una frase furbetta, che suona come “Veltroni quell’approdo l’ha mancato e io l’ho centrato” e che tradisce ancora una volta la tendenza del premier al compiacimento, con buona pace delle mani tese agli altri dirigenti.