Quarant’anni fa il referendum sul divorzio. E ora la Camera discute quello “breve”

Il divorzio compie quarant’anni. Il 12 e 13 maggio del 1974 l’Italia disse no al referendum abrogativo della legge 898 del 70, Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, nota come «legge Fortuna-Baslini», dal nome dei primi firmatari del progetto in sede parlamentare. Quella legge era stata approvata definitivamente dalla Camera il primo dicembre del 1970 con 319 voti favorevoli e 286 contrari, con 605 votanti e presenti, al termine di una seduta conclusasi alle 5,40 del mattino con votazioni iniziate alle 10 del giorno precedente: aveva introdotto il divorzio in Italia, causando controversie e opposizioni, in particolare da parte di molti cattolici. Ma il fronte divorzista concepì la sua battaglia come un ampliamento delle libertà civili. Alle urne si recarono 33 milioni e 23mila 179 elettori (37 milioni 646 mila 322 erano gli aventi diritto), pari all’87,72 per cento. I “no”, che si tradussero in una conferma per il divorzio, furono quasi il 60% (19 milioni 138mila 300), i “sì”, contrari all’istituto furono il 40,74%, (13 milioni 157mila 558).  Quel 12 maggio del 1974 segnò un cambiamento della famiglia italiana. Nel 1987 fu approvata una modifica che ridusse da cinque agli attuali tre gli anni di separazione richiesti prima di poter accedere al divorzio. Un cambiamento approvato in extremis prima della fine anticipata della legislatura. E ora la storia ritorna. Proprio in questi giorni  in commissione Giustizia della Camera riprenderà l’esame del testo sul cosiddetto divorzio breve, che punta a ridurre a un anno, rispetto agli attuali tre, il tempo di separazione ininterrotta per potere accedere allo scioglimento definitivo del matrimonio. Parallelamente il governo sta pensando a un provvedimento volto a garantire la possibilità di trovare un accordo tra i coniugi assistiti dagli avvocati, senza l’intervento giurisdizionale, fatta eccezione dei casi in cui è prevista la presenza di figli minori o portatori di handicap. Il nuovo modello di divorzio ricalca quello francese e la misura potrebbe essere inserita nella riforma del processo civile.