Nell’intervista al “Time” Renzi scopiazza Blair. Ma è nato in Italy…

L’intervista a Time è del 24 aprile scorso ma il settimanale americano l’ha diffusa on line solo in queste ore. A parlare è un Matteo Renzi a tutto spiano che tenta di miscelare un po’ tutto, dalle riforme più urgenti al carattere degli italiani, alla durata della legislatura, al rapporto con Berlusconi fino alla profezia di un’Italia “locomotiva d’Europa” fra dieci magari con lui al posto della Merkel a fare il macchinista.

Ma procediamo con ordine: il premier è tornato sul “luogo del delitto” non per rendere un tardivo omaggio ad Enrico Letta bensì per giustificare la propria ascesa al governo con la necessità di liberare l’economia nazionale da una perniciosa fase di stallo. Senza passare per le urne – gli obietta il Time – ma il premier non tradisce imbarazzi, anzi rilancia non senza aver prima sottolineato che anche il suo predecessore Letta sedeva a Palazzo Chigi grazie ad una manovra parlamentare. Ma una differenza c’è ed il premier non tarda ad evidenziarla: “Io sono stato eletto capo del più grande partito italiano. Che – ammette con qualche pudore – non è sufficiente, ma è qualcosa”. In ogni caso Renzi non ci sta a passare per uno dei tanti presidenti del Consiglio che il centrosinistra ha totalizzato tra le due repubbliche. Quel che gli preme è apparire come colui il quale è in grado di “rischiare il tutto per tutto e cercare di fare una vera rivoluzione”. L’obiettivo è far assumere all’Italia – capace a “differenza di Francia e Germania il vincolo del tre per cento” – il ruolo di leader europeo.

Obiettivi ambiziosi, che hanno bisogno di tempo. Ecco dunque tornare il 2018 come orizzonte temporale della legislatura anche in funzione di rassicurazione dei parlamentari intimoriti dai continui riferimenti del premier alla possibilità di elezioni anticipate. Quanto poi alle riforme ritenute più urgenti, Renzi ha pochi dubbi: Senato e Titolo V, da votare nelle prossime cinque settimane. Non poteva ovviamente mancare il riferimento a Berlusconi, sul quale il Rottamatore è agrodolce: prima definisce “illogico” che il capo di un partito abbia problemi con la giustizia per poi aggiungere che “lo stato delle cose” in Italia “fa sì che Berlusconi rappresenti una parte significativa della popolazione”. Un arabesco linguistico per dire quel che tutti capiscono e che alla fine è costretto a riconoscere anche il premier e cioè che il Cavaliere è il capo dell’opposizione. “Con lui – puntualizza – non sto formando un governo. Io voglio fare un accordo, perché non puoi scrivere da solo le regole del gioco”.

Probabilmente è anche per questo che, a differenza di D’Alema, Renzi non crede in un’Italia normale. “Nel nostro Dna – spiega – c’è un po’ di follia, che nella maggioranza dei casi è positiva, è genio, è talento. È il capolavoro dell’arte”. Altra cosa è invece il sistema politico (“orrendo”) o la presenza di una burocrazia “complicata”. Ce n’è anche per i sindacati, che sfida sul suo stesso terreno. “La sinistra è uguaglianza. Ma non come pensa una parte dei sindacati italiani, nel senso che ognuno deve arrivare nello stesso punto. No. Tutti – azzarda il premier – tutti devono partire dallo stesso punto. e poi se sei meglio vai”. Giusto. Resta solo da vedere se il Tony Blair de no’ antri resisterà alla crisi di rigetto da parte della sinistra, quella vera e non quella che lui pensa possa o debba diventare.