Moro, retorica e ipocrisia nell’anniversario della morte ma silenzio sui tanti misteri irrisolti

L’ipocrisia va in scena fra via Caetani, dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, il cimitero di Torrita Tiberina, dove il leader Dc è sepolto e Facebook dove scorrono paludati e inutili interventi istituzionali densi di chiacchiere e retorica a buon mercato. 
Nell’anniversario del ritrovamento della Renault 4 all’interno della quale fu scoperto il cadavere di Aldo Moro, trentasei anni dopo i fatti, le istituzioni si ritrovano a commemorare l’esponente democristiano senza che lo Stato si sia dimostrato in grado di chiarire definitivamente i mille dubbi sulla vicenda e di allontanare il sospetto che tanto il sequestro, quanto l’omicidio e, poi, l’esfiltrazione dei brigatisti che parteciparono all’omicidio siano stati eterodiretti e gestiti.
Anni di indagini, decine di libri, una Commissione Parlamentare e ben cinque processi non sono riusciti a stabilire definitivamente come andarono effettivamente i fatti e se vi furono coinvolti altri soggetti oltre ai brigatisti. I misteri che ancora aleggiano sull’intera vicenda e gli interrogativi ancora senza risposta sono tali e tanti che riesce difficile comprendere come le istituzioni possano rievocare quegli avvenimenti senza provare il benché minimo imbarazzo.
Sarebbe sufficiente ricordare la quantità industriale di reperti e documenti scomparsi senza lasciar traccia nel corso degli anni. Come le oltre 10 foto che un abitante della zona del sequestro, Gherardo Nucci, scatta  subito dopo l’agguato a via Fani dall’alto, dalla terrazza di casa. La moglie di Nucci, giornalista dell’Asca, le consegna subito alla magistratura. E non si ritroveranno mai più. Eppure quelle foto sembrano interessare moltissimo la Democrazia Cristiana: un’intercettazione cristallizza lo strano colloquio fra Sereno Freato, il capo della segreteria di Moro che tentò di gestire una trattativa con le Br nei giorni del sequestro e Benito Cazora, anche lui diccì di spicco incaricato da piazza del Gesù di tenere i rapporti con le cosche calabresi per cercare di avere notizie sul rapimento. La preoccupazione che emerge è che quelle foto hanno immortalato qualcuno che non doveva essere ripreso lì in quel momento. Perché? Chi era? Mistero. Non l’unico, però.
Subito dopo il sequestro un inspiegabile e provvidenziale blackout mandò in tilt tutte le comunicazioni nella zona dell’agguato impedendo, di fatto, il corretto coordinamento fra le forze dell’ordine. I brigatisti sostennero che alcuni compagni che lavoravano alla Sip avevano provveduto a isolare le comunicazioni ma, il giorno prima del sequestro, la struttura interna della Sip che era in rapporti con il Sismi venne allertata come accadeva, di norma, quando erano previsti eventi eccezionali.
Uno dei misteri più fitti e irrisolti è quello relativo alle presenze sul luogo esatto del sequestro. Si scoprì che il colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi, era presente sul posto. Interrogato, disse che lo attendeva a pranzo un amico che lo aveva invitato. A parte il fatto che l’agguato a Moro avvenne alle 9 di mattina e, dunque, ben prima dall’orario di pranzo ma l’amico di Guglielmi, interpellato a sua volta, disse di non aver mai invitato il colonnello del Sismi a pranzo e che, anzi, si stupì quando lo vide presentarsi alle 9 del mattino insalutato ospite.
La presenza di Guglielmi sul luogo della strage sarebbe perfino passata inosservata se non l’avesse rivelata un ex-agente dei Servizi, Pierluigi Ravasio  il quale raccontò che i Servizi avevano infiltrato fra le br uno studente di giurisprudenza, nome in codice “franco”, il quale avvertì, mezz’ora prima, che Moro stava per essere rapito.
Di certo il mistero ben si accompagna alla famosa “seduta spiritica” durante la quale, secondo Prodi, il fantasma evocato di La Pira pronunciò la parola “Gradoli”. partirono tutti per il paesino viterbese di Gradoli senza pensare che a Roma esisteva una via Gradoli dove, effettivamente, Moro era detenuto.
Con scarso senso del ridicolo, Prodi ha ripetuto la storiella della seduta spiritica perfino davanti ai commissari della Commissione parlamentare d’inchiesta. Qualcuno ha inevitabilmente ricordato al professore bolognese che all’Università di Bologna, dove lui insegnava, era molto attiva Autonomia Operaia che fiancheggiava le Brigate Rosse. E forse qualcuno fece arrivare all’orecchio del profesore la parola Gradoli “ufficializzata” poi con la seduta spiritica.
Proprio recentemente il mistero sulla presenza del colonnello Guglielmi si è riacceso perché quel giorno, quando l’esplosione della “geometrica potenza” dei brigatisti falcidiò la scorta di Moro senza minimamente colpire né i brigatisti né lo stesso Moro, una moto Honda con due uomini a bordo transitò sulla scena e il passeggero sparò alcuni colpi di pistola contro un abitante della zona, l’ingegner Alessandro Marini, che, con il motorino, si stava immettendo proprio lì dove i br stavano portando a termine il rapimento. Chi erano quei due sulla moto che sbarrarono il passo all’ignaro testimone? Non si è mai saputo. Gli stessi br assicurarono che non appartenevano al loro gruppo. Ma, nei mesi scorsi, un ispettore di polizia in pensione, Enrico Rossi, ha rivelato che a bordo di quella moto vi erano due uomini dei Servizi segreti gerarchicamente dipendenti dal colonnello Guglielmi. A distanza di anni dai fatti l’ispettore Rossi perquisisce la casa di uno dei due uomini, trova una pistola cecoslovacca Drulov compatibile con la descrizione fatta dai testimoni su quella utilizzata dai due uomini a bordo della Honda e la consegna alla Digos di Cuneo. Quella pistola non sarà mai periziata e verrà distrutta. Scompare, così, un’altra prova.
Un altro mistero ruota attorno al cosiddetto “Tex Willer” che sparò, quel giorno, in via Fani. Dei 91 bossoli ritrovati, 49 provenivano dall’arma di un’unica persona, un killer preciso, freddo e incredibilmente professionale. Gli stessi testimoni che assistono al sequestro, fra i quali un esperto di armi, restano choccati dalla precisione e dalla capacità di chi sparò quei 49 colpi sul totale dei 91 bossoli ritrovati e periziati. I brigatisti hanno più volte sostenuto che non c’era, fra loro, nessuno così particolarmente addestrato a sparare perché ritenevano rischioso addestrarsi a sparare. I testimoni collocano il superkiller all’incrocio con via Stresa. Lì c’era Valerio Morucci al quale però l’arma, come racconta lui stesso, si inceppò dopo 2 o 3 colpi.
I misteri mai risolti davvero sono centinaia e centinaia. Una specie di gigantesco puzzle che non coincide mai. Fra le carte sequestrate a Valerio Morucci c’era il numero, riservato, di Marcinkus, non proprio uno stinco di santo. Che cosa c’entrano Morucci e le br con Marcinkus? Mistero. La mitraglietta Skorpion con la quale fu ucciso Moro fu ritrovata sopra un armadio nell’appartamento di viale Giulio Cesare di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, agente del Kgb il cui nome spunta dal dossier Mitrokhin.
La lista degli interrogativi rimasti senza risposta è infinita.
Forse, allora, ha ragione la figlia dell’esponente Dc, Maria Fida Moro: «Tanti vogliono dimenticare, molti non vogliono sapere, troppi ignorano e alzano le spalle eppure questa nazione non si salverà e affonderà se non vorrà capire e sapere perché nessuno mi toglie dalla testa che Aldo Moro è stato liquidato con il concorso di tanti perché ci si avviasse verso la realtà che viviamo oggi. Ripeto: questo Stato morirà e si dissolverà a causa della ignoranza e della cecità se quel nodo non verrà sciolto. Ecco perché sostengo, senza aspettative, l’azione di quella magistratura che ritiene che ben poco è chiaro in quella cruciale vicenda”.