Ma Berlusconi sa cos’è la cultura oppure no? La polemica Giornale-Europa insegna molto anche al mondo disorientato della destra

La cultura e il centrodestra. La cultura e Silvio Berlusconi. Al di là delle differenti opinioni sull’argomento, il dibattito che si è sviluppato in merito (un botta e risposta tra Fabrizio Rondolino e Giampaolo Rossi sui rispettivi quotidiani d’area, Europa e Il Giornale) apre per il disorientato mondo della destra spazi di riflessione interessanti. Intanto ecco le tesi in campo: secondo Rondolino “se il centrodestra non ha una cultura, è perché né la Mondadori né Mediaset hanno fatto cultura (almeno nel senso tradizionale). La prima è un editore-supermercato che pubblica ogni cosa, la seconda una tv generalista che per statuto appiattisce e omologa. Il lavoro culturale si colloca invece sul crinale opposto: opera per differenze, per nicchie, per specialismi, e soltanto dopo diventa (o può diventare) mainstream”. Replica Giampaolo Rossi: “Se Rondolino avesse letto Ayn Rand non sarebbe così perentorio; per la filosofa capitalista e libertaria, l’imprenditore che genera ricchezza e occupazione, che costruisce con le sue intuizioni e il suo lavoro possibilità nuove, è di fatto un individuo creatore; quindi (aggiungiamo noi) un artista”. Controreplica di Rondolino: “È vero che Mondadori e Mediaset sono profondamente pluraliste (personalmente ho lavorato e lavoro benissimo con entrambe), e lo sono precisamente perché sono aziende generaliste, il cui target commerciale tende cioè a coincidere con la totalità dei consumatori. Ma per fare politica culturale non bisogna essere genericamente pluralisti: bisogna avere invece un punto di vista chiaro, e intorno a quello – senza settarismo, e anzi moltiplicando le occasioni di confronto e di contaminazione – costruire una costellazione di idee, arricchirla, diffonderla, aiutarla a crescere”.

In pratica Rossi difende la cultura pop, là dove si costruiscono nuove strutture dell’immaginario – dice – si fa cultura; Rondolino difende un’idea antica di cultura d’élite con robuste iniezioni di gramscismo. Discussione per addetti ai lavori ma indubbiamente stimolante perché rappresenta di sicuro un passo ulteriore rispetto a certi sentimentalismi – vedi il ritorno a Itaca proposto alcuni anni fa da Marcello Veneziani – che fanno leva sul richiamo rassicurante del “recinto” identitario. Passo ulteriore anche rispetto all’ultimo dignitoso tentativo di elaborare un progetto culturale a destra (le nuove sintesi di Marco Tarchi) che ha ormai oltre trent’anni. È vero che il pluralismo berlusconiano è più liberale dei diktat culturali dei “rossi di lusso” ma è anche vero che non è sufficiente per organizzare una trasformazione profonda del modo di sentire di una società (obiettivo senza il quale ogni missione politica perde quel carattere di nobiltà e di gratuità che dovrebbe contraddistinguerla). Allo stesso tempo è vero che senza il progetto invocato da Rondolino ogni iniziativa culturale alimenta la frammentarietà dispersiva delle società liquide.

Ma non è solo sui modelli del fare cultura che occorrerebbe interrogarsi. Il punto è che la sinistra ha ormai completamente perso ogni possibilità di collocare al centro dell’immaginario una “metafora” che dia senso e si faccia “paradigma” (nel senso indicato dal filosofo Thomas Kuhn). Una funzione svolta fino a qualche decennio fa dal cosiddetto mito del progresso. E dall’altra parte? Bè su quel terreno la confusione è grande. Diciamo che occorrerebbe ritrovare l’ambizione di dare una direzione di cambiamento alla cultura pop, non per nostalgia delle ideologie ma almeno per dare una qualità al lavoro culturale che non ci costringa tutti, dopo la difesa del Minculpop, a fare le barricate attorno al modello Drive In o, peggio, del Bagaglino o, in definitiva, a esaltare come modello di riferimento l’imprenditore buono e munifico perché anche con Dickens, in fondo, restiamo fermi all’Ottocento.