L’Ucraina filorussa pronta a votare il referendum. Ma l’Occidente frena: è una farsa

Il Donbass russofono, cuore industriale e carbonifero dell’Ucraina, che vale circa il 20% del pil del Paese, sfida Kiev chiamando cinque milioni di elettori a votare domenica l’indipendenza della “Repubblica di Donetsk” e di quella di Lugansk in un referendum che la capitale e l’Occidente ritengono non solo illegittimo ma una vera farsa. Sullo sfondo, rispettivamente, le speranze e i timori che la Russia lo possa utilizzare come pretesto per una ulteriore annessione in stile Crimea o per riconoscere un’altra repubblica secessionista, come l’Ossezia del sud e l’Abkazia in Georgia o la Transnistria in Moldova, lasciando aperta una destabilizzante spina nel fianco di un’Ucraina che si vorrebbe ormai proiettata verso l’Europa. Ad andarsene non sarebbe tutta la fascia sud-orientale, quella che arriva sino ad Odessa e che Vladimir Putin ha chiamato Novorossia (Nuova Russia) rispolverando la geografia zarista, ma due regioni su 27: poche, e tuttavia quelle che trainano il Paese con il 30% della produzione industriale. È questo il regno dell’oligarca Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco del paese, patron del blasonato club di calcio dello Shaktar ed ex finanziatore del deposto presidente Viktor Ianukovich, che qui aveva il suo feudo elettorale. Ed è qui, tra Donetsk, Lugansk e Dnipropetrovsk (quest’ultima però in mano alle autorità filo Kiev) che ha messo radici quello che i residenti chiamano il “triangolo mafioso”, un centro di potere affaristico-oligarchico che si intreccerebbe con la malavita. Con l’uscita di scena di Ianukovich si è rotto un sistema di potere locale e il suo partito russofono delle Regioni è andato in frantumi perdendo la propria rappresentatività. La rivolta del Donbass è figlia anche di questo, ma non ha trovato nuovi leader autorevoli e immacolati: solo piccoli capetti circondati da un’armata brancaleone, che Kiev e l’Occidente sospettano essere manovrati da Mosca. I miliziani filorussi controllano alcuni edifici pubblici simbolici in una manciata di città, ma non certo l’intero territorio, tantomeno l’aeroporto di Donetsk. L’intervento dell’esercito governativo e le morti tra i civili hanno radicalizzato la situazione ed aumentato i loro simpatizzanti. Ma parlando con la gente del luogo si scopre che molti, pur diffidando del nuovo potere di Kiev, hanno paura o che non vogliono un ignoto futuro indipendentista. «Sono per una maggiore autonomia, ma non c’è alcun argomento giuridico per il referendum, rischiamo di diventare una seconda Abkhazia», dice Dmitri, un tassista di Mariuopol che domani non andrà a votare. Non ci andrà, ma per ragioni diverse, neppure il collega Vasili di Donetsk, sfegatato partigiano dell’indipendenza: «Non serve, hanno già votato, già deciso con quanto vinciamo, il referendum lo facciamo per voi giornalisti, per le telecamere». Roman Liaghin, presidente della commissione elettorale del referendum nella regione di Donetsk, ha annunciato in un’affollata conferenza stampa nel palazzo del governatore che «è tutto pronto»: 1527 seggi, in gran parte nelle scuole, 53 commissioni elettorali locali, e 3,2 milioni circa di aventi diritto. Non è previsto alcun quorum e si voterà dalle 8 alle 22 locali (7-21 in Italia), anche se a Mariupol, teatro venerdì di scontri con le forze governative, ha precisato Liaghin, le urne sono già state aperte «per l’aggravamento della situazione». Il clima della vigilia è di calma tesa nella regione, dopo le scintille anche a Donetsk per un assalto filorusso ad un sanatorio che ospitava militari ucraini e il breve sequestro di sette volontari della Croce Rossa sospettati di essere spie. Ma sul referendum, che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francoise Hollande hanno definito nuovamente ”illegittimo”, gravano i sospetti: gli organizzatori non dispongono di liste elettorali aggiornate (Kiev ha bloccato i database), compongono le commissioni elettorali solo con filorussi, non c’è controllo indipendente.