Le sentinelle dell’Anpi colpiscono ancora: niente cippo a Ostra per un prete innocente fucilato dai partigiani…

Scriveva Cesare Pavese che “ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. È implicita, qui, l’idea che i morti, una volta tali, sono uguali, hanno stessa dignità e stesso diritto ad essere ricordati. Ebbene le polemiche residuali che ogni tanto vengono sollevate dall’associazione partigiani d’Italia (Anpi), il cui scopo è quello di perpetuare dopo settant’anni (quasi un secolo!) la dicotomia vinti-vincitori, hanno l’obiettivo di far dimenticare la verità detta da Pavese e in fondo coltivata nel suo intimo da ogni essere umano. Senza la livorosa vigilanza di cui dà prova, del resto, l’Anpi non avrebbe ragione di esistere (l’approfondimento storico su quegli anni, infatti, non può essere certo delegato ad associazioni di parte). E così l’ultima querelle sollevata non si sottrae alla caratteristica delle precedenti: anacronismo e fanatico antifascismo. È accaduto che sia stato concesso il permesso (dal Comune di Ostra e dalla Provincia di Ancona) di erigere un cippo dedicato a cinque cittadini fucilati dai partigiani perché accusati di essere fascisti. Ad essere uccisi nel 1944 furono Armeno Monti, Capitano della GNR, Cristianzano Nardi, fondatore del Fascio a Ostra, Faustina Marcellini, Licurgo Allegrezza e il priore di S.Maria don Nazareno Pettinelli, accusato di adesione al fascismo ma innocente. Fu prelevato e barbaramente ucciso in odio all’abito talare. Non aveva denunciato nessuno, non aveva fatto del male a nessuno anzi aveva aiutato ebrei e partigiani. La sua barbarica uccisione fu una delle molte esecuzioni sommarie che insanguinarono l’Italia alla fine dell’ultima guerra (come documentato prima da Giorgio Pisanò e poi da Giampaolo Pansa). Il promotore dell’iniziativa è un prete, don Umberto Gasparini, che ha seguito solo la sua coscienza e non certo tentazioni nostalgiche. Tra l’altro verrebbero usati soldi privati e non pubblici. Ma il cippo andrebbe ad insistere in prossimità di via dei Partigiani, e accanto a un altro monumento che ricorda i caduti della liberazione. Simbolicamente, la convivenza dei due monumenti sarebbe un “segno” visibile e apprezzabile di memoria condivisa e di ritrovata pietas per le vittime (ormai innegabili) delle bande partigiane. Ma la grancassa antifascista (con mobilitazione in piazza a Ostra già indetta per l’8 giugno) ha spaventato un po’ tutti, anche quelli che hanno concesso i permessi e che si sono prontamente tirati indietro. Persino il vescovo è stato importunato per sottolineare il “revisionismo” inaccettabile dell’iniziativa. Il promotore, don Umberto Gasparini, pur convinto dell’innocenza del suo predecessore fucilato dai partigiani, per salvare la concordia civile, dice anche lui che il cippo può aspettare. Ancora una volta vince il risentimento. Prevale l’odio ideologico. L’Anpi ha svolto la sua missione divisiva. Ma tutto ciò non arresta la consapevolezza dell’attuazione tra la fine del 1943 e il 1945 di una serie di azioni criminose nelle quale i partigiani comunisti ebbero un ruolo  feroce e determinato e che nulla ha avevano a che fare con la guerra di antinazista.