La rivolta delle donne iraniane: senza velo nelle foto Facebook. E la protesta diventa virale

Via il velo anche se solo per il web: la rivolta delle donne iraniane passa per Facebook. Promossa da Masih Alinejad, giornalista iraniana in esilio, con immediata creazione dell’hashtag #آزادی‌یواشکی (#stealthfreedom), la pagina Facebook partita il 3 maggio ha già superato i 128mila “mi piace” mentre sono quasi 112mila gli iscritti che ne parlano. «Non è una rivoluzione la mia – dice Masih Alinejad – ho voluto solo dare l’opportunità alle donne iraniane di mostrarsi per quello che sono».

Sulla pagina Stealthy Freedoms of Iranian women (Libertà furtive delle donne iraniane) i risultati sono stati immediati: tantissime le donne che hanno condiviso foto con i capelli al vento, liberi dal classico hijab. Gli scatti sono anonimi e le donne che hanno voluto mostrarsi in pubblico sono davvero tante. Togliersi il velo, almeno sulla rete, non è più un tabù. Sono tutte felici e orgogliose nel mostrare il capo scoperto: in città, tra le macchine, nei giardini, al mare, in campagna, con la neve. In un commento una ragazza dice di «sentirsi male nel sapere che tutto quello che nel resto del mondo è considerato naturale e normale qui da noi è considerato un crimine. Penso che dovremmo celebrare i nostri brevi momenti di libertà e condividere queste piccole vittorie con gli altri… A nessuno di noi è stato chiesto di scegliere se volevamo essere coperte o meno». A mostrare volti raggianti senza velo non sono solo ragazze, ma anche madri e nonne. Un’altra ragazza universitaria con cappottino rosso e lunghi capelli neri lisci racconta la sua angoscia quando un anno fa nel campus universitario mentre correva si tolse la sciarpa, provava un sentimento di paura e preoccupazione, temeva di essere considerata in quel momento una “peccatrice”.  Ma, scrive «la neve nei miei capelli non è un peccato. Che cosa è in realtà un peccato? È lasciarsi umiliare dagli altri».  È la sfida più forte ai divieti degli ayatollah. Un’altra ragazza invece racconta un incontro con la polizia morale, il Basij: «Mia madre non ha mai dovuto indossare il velo fino ai primi anni ’80 quando è stata minacciata da un membro del Basij. Le ha puntato un fucile contro. … Mio nonno non vuole che ci sediamo di fronte a lui con addosso il velo. Lo deprime.  La mia generazione non può godersi la vita, e mi è stato più volte chiesto, “Non sei stufa?”». Divenuto obbligatorio nel 1979, dopo la creazione della repubblica islamica, spesso il velo viene indossato solo perché si temono ripercussioni legali e penali. Anche perché togliersi il velo in pubblico nella Repubblica islamica può costare caro: 70 frustate o sessanta giorni di prigione. Perfino le donne che hanno condiviso la propria foto senza velo su Facebook sono perseguibili dalla legge. Ma questo “eccesso” di libertà non è passato inosservato. Le proteste degli integralisti non hanno tardato a farsi sentire: solo qualche giorno fa 500 paramilitari basiji e donne in chador sono scesi in piazza a Theran per ribadire l’obbligo del velo e lanciare un chiaro messaggio al presidente “riformista” Hassan Rouhani. Durante la campagna elettorale aveva promesso riforme sui diritti umani che però non si sono ancora viste.