La mossa decisiva: Beppe spaventa gli elettori come un novello Stalin. E Matteo ringrazia…

Matteo Renzi dovrebbe rivolgere un pensiero a Nonna Dc. Gli unici casi in cui, nella storia dell’Italia repubblicana, un partito politico ha ricevuto il 40 per cento dei voti sono limitati agli anni Cinquanta (il 18 aprile del 1948 fa storia a sé), quando appunto la Balena Bianca  raccoglieva voti  a mani basse nei territori ubertosi dell’Italia “profonda” , tra i ceti “moderati” e persino un po’ reazionari, tra le insegnanti  in pensione, le Dame di Carità,  i marescialli in congedo, i sacrestani, i coltivatori diretti, gli attivisti dell’Azione cattolica e tutta la gente pia e timorata che voleva fare da “diga” al pericolo comunista. Non per niente, leo Longanesi scriveva che l’Italia era stata salvata dalle “vecchie zie”.  In quegli stessi anni, il Pci di Togliatti prendeva più o meno la stessa percentuale che ha ottenuto  Bebbe Grillo alle Europee: poco più del 20 per cento. L’odierno distacco tra il primo e secondo partito si avvicina molto, in particolare, a quello del 1958, quando la Democrazia cristiana conquistò il 42 per cento e il Partito comunista il  22.

Dietro le cifre, si intravedono similitudini che possono in buona parte spiegare il boom di Renzi e il parallelo flop di Grillo. La similitudine più vistosa si chiama paura. E sì, parliamo sempre di quel bisogno di rassicurazione che percorre il cuore dell’Italia profonda ogni volta che sulla linea dell’orizzonte compaiono le orde dei “barbari”. Non era scontato che andasse così, ma, se è andata così, è stato soprattutto per colpa della tracotanza e della dabbenaggine di Grillo, il quale ha fatto di tutto, minacciando sfracelli a alzando sempre di più l’asticella della polemica (fino al punto di paragonarsi, ancorché goliardicamente, a Hitler e a Stalin), per regalare frotte di elettori a Renzi.  Prova ne sia la sua tardiva comparsata nel salotto di Bruno Vespa, quando ha cercato di fare il “simpatico” perché si era evidentemente accorto che il personaggio dell’Ammazzasette aveva perso il suo appeal elettorale. Peggio per lui e meglio per Renzi, il quale si ritrova una percentuale “democristiana” al di là dei suoi meriti (che comunque ci sono e che non vanno certo trascurati).

Insomma, per qualche giorno abbia rivissuto il clima infuocato degli anni Cinquanta. Con la differenza che stavolta, a spaventare le “vecchie zie” longanesiane, non c’erano i carri armati dell’Armata Rossa, ma gli indici di Borsa e l’andamento dello spread, impennatosi fino a 200 punti nella settimana che ha preceduto il voto (quando i mercati finanziari temevano il “sorpasso” del M5S sul Pd) , e precipitato a 160 già lunedì, all’apertura delle Borse.

È lecito a questo punto chiedersi perché invece l’effetto paura non ha funzionato nelle elezioni dello scorso anno. Il motivo è semplice: nessuno, nel 2013, ha evocato lo spettro dei “barbari” alle porte. Il 25 per cento conquistato dai grillini alle politiche ha sorpreso innanzi tutto i grillini stessi. Un anno fa ci fu un voto di rabbia: contro l’austerità, contro l’Imu, contro le amare ricette del governo Monti, contro la corruzione dilagante (l’esplosione del caso Mps spostò masse di voti in settimane decisive). Nelle europee del 2014 il sentimento dominante è stato invece quello della paura: dell’impoverimento, della recessione, della crescita che non riparte, della disoccupazione sempre più alta. Grillo ha scioccamente pensato che queste nuove paure potessero favorirlo. E Renzi ne ha approfittato. Le similitudini tra il Pd di oggi e la Dc di ieri si fermano però qui. Lo Scudocrociato degli anni Cinquanta poteva contare su gente come Fanfani, Moro, Scelba, Vanoni, Pella. Renzi può invece contare sui Delrio, le Mogherini, i Nardella, le Serracchiani. Unicuique suum.