La crisi ucraina. Zarelli: la destra guarda a Putin perché ha capito che la logica atlantista va superata

Il referendum separatista nelle regioni dell’Ucraina dell’Est di Donetsk e Lugansk – che com’era prevedibile ha visto la vittoria schiacciante dei filorussi – ha avuto immediate ripercussioni nelle relazioni internazionali. Bruxelles considera illegale il voto e a questa posizione si allinea anche il nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini ma il Cremlino non abbandona i filorussi dell’est: Mosca “rispetta l’espressione della volontà della popolazione della regione di Donetsk e Lugansk” e spera nel “dialogo tra i rappresentanti di Kiev, di Donetsk e di Lugansk”. Dialogo senza il quale, avverte il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, non si uscirà dalla crisi.

La situazione è lontana da una normalizzazione e momenti di autodeterminazione come i referendum non sembrano aiutare granché. Il motivo? Secondo Eduardo Zarelli, fondatore della casa editrice Arianna da sempre attenta ai temi della geopolitica, nella crisi ucraina giocano fattori e interessi che vanno ben al di là dei confini della regione. “Si è verificato un colpo di Stato eterodiretto o comunque favorito dalle potenze occidentali e la Russia ha reagito nella prospettiva di una politica di potenza, ora il crinale può condurre a una pericolosa deflagrazione e l’unica via d’uscita non può che essere quella di rendere complementari diverse identità in una federazione, come del resto la Russia aveva proposto”.

È ancora possibile una soluzione di compromesso?

Nelle ultime due settimane l’azione delle forze militari ucraine ha portato a un’accelerazione drammatica. E la ragione non è solo etnica. Ci sono anche motivazioni economiche: Kiev non può permettersi di perdere queste regioni, che sono economicamente molto significative anche se la parte occidentale del paese resta quella più avanzata. La Russia è la vera protagonista di questa fase di ricomposizione di nuovi equilibri che può essere anche traumatica. La logica della Nato è quella di accerchiare Mosca scatenando un effetto azione-reazione che non promette nulla di buono.

La Germania è complice di Washington in questa politica?

La situazione della Germania è emblematica. E’ la nazione più fornita dal gas russo e allo stesso tempo deve mantenere una coerenza in merito allo schieramento atlantico. I suoi dubbi, le sue contraddizioni sono le stesse che vive tutta l’Europa, in cui continua a essere assente ogni prospettiva di seria politica estera. L’Europa non può più permettersi di guardare a ciò che accade nel mondo appiattendosi sulla logica atlantista ma deve farsi protagonista di un punto di vista multilaterale delle relazioni internazionali cioè in altre parole emanciparsi dall’atlantismo. Questo è quello che dovrebbe fare, che poi ci riesca è tutta un’altra faccenda perché ci vorrebbe una classe dirigente meno subalterna a vecchie logiche.

Come mai la destra un tempo ferocemente anticomunista è ora così attratta da Putin? 

A parte che non tutta la destra è attratta da Putin. Il movimento di CasaPound ad esempio appoggia i pro Majdan (e su quel versante troviamo formazioni che hanno un evidente carattere neonazista). Penso che il fenomeno si spieghi con il riferimento della Russia a valori conservatori e con il realismo adottato da Putin in politica estera. Putin è anche l’uomo forte ma è soprattutto colui che ha stimolato uno spirito di indipendenza dalla logica della globalizzazione. Inoltre non si possono adottare schemi novecenteschi a un mondo che sta cambiando. La parola da rivendicare, per l’Europa ma non solo, è “sovranità”. E questo significa anche non rassegnarsi a un destino di forzata occidentalizzazione.