Insultò la Kyenge: processo a giugno per Calderoli. Può essere offeso solo chi non è dei loro

Passata la Kyenge, restano i guai giudiziari. E per questi guai si allungano i tempi. È stata infatti rinviata al 26 giugno l’udienza che vede il leghista Roberto Calderoli imputato con l’accusa di diffamazione nei confronti di Cécile Kyenge. La Procura di Bergamo, infatti, ha chiesto il giudizio immediato per l’esponente politico per diffamazione aggravata dalla discriminazione razziale. Durante un comizio a Treviglio il 12 luglio scorso, Calderoli aveva accostato l’allora titolare del dicastero dell’Integrazione a un orango. «Quando vedo le sue immagini – aveva detto Calderoli alla Festa de Treì – non posso non pensare alle sembianze di un orango». Una frase volgare, senza dubbio. Seguì un polverone mediatico che portò anche alle scuse (accettate), con tanto di mazzo di fiori, del leghista al ministro. Per la Procura, però, i fiori non sono bastati e  adesso si è riunito il Collegio del Tribunale di Bergamo. Assente Calderoli, l’udienza è stata rinviata per legittimo impedimento del legale, l’avvocato Domenico Aiello del foro di Milano, che si trovava in un’udienza per un suo assistito detenuto nel Tribunale di sorveglianza di Bolzano. La vicenda fece molto scalpore e il ministro leghista trovò un’inaspettata difesa nella senatrice grillina Serenella Fucksia; «Contro Calderoli – disse – ci sono pregiudizi diffusi» e se qualcuno lo avesse definito «un maiale nessuno gli avrebbe dato del razzista». Alcune ore dopo, la smentita: «Mi scuso con chi si è sentito offeso». Resta però un interrogativo: perché è reato e fa scandalo in un comizio fare una battuta sulla Kyenge e non lo è se Berlusconi viene apostrofato psiconano o se si dà del nano a Brunetta? Mistero buffo della giustizia e dell’informazione, che ricorda in un certo qual modo il pensiero alla Dario Fo.