In Sudan come nella Nigeria di Boko Haram: una cristiana condannata a morte per aver rifiutato l’Islam

Dopo il video diffuso da Boko Haram con le studentesse nigeriane rapite raccolte in preghiera, coperte da un velo lungo fino ai piedi, mentre recitano il primo capitolo del Corano, la Rete rilancia la notizia di un’altra giovane vittima dell’integralismo islamico: ancora una. Non siamo in Nigeria, ma in Sudan. Non si è mobilitato il mondo per la sua liberazione, ma sono diverse le organizzazioni attive sul fronte della difesa dei diritti civili che, unitamente a numerose ambasciate dei Paesi occidentali, sono scese in campo a difesa della donna chiedendone l’immediato rilascio. Per il resto, però, la storia si ripete come tante altre volte, tragicamente. E allora un tribunale sudanese ha condannato alla pena capitale una giovane donna cristiana con l’accusa di apostasia. Lei è Mariam Yehya Ibrahim, ha solo 27 anni ed è incinta di otto mesi. Sarà impiccata, e prima dell’esecuzione dovrà subire anche l’umiliazione e la sofferenza di 100 frustate inflittele per adulterio: è quanto ha stabilito un giudice in nome della Sharia. In virtù di un integralismo religioso discriminatorio, minaccioso, letale.
Il padre della giovane donna condannata all’impiccagione è musulmano e la madre è cristiana. E nonostante, come ricordato da Amnesty International in queste ore, Mariam Yehya Ibrahim sia stata cresciuta come cristiana ortodossa dalla sola madre, che l’ha allevata in assenza della figura paterna fin dalla nascita, il tribunale ha riconosciuto all’imputata di essere indiscutibilmente musulmana comunque, in quanto secondo la Sharia lo spirito religioso è da considerarsi una sorta di eredità genetica impossibile da rifiutare: se il padre è musulmano, la figlia è automaticamente musulmana. Una verità giuridicamente e moralmente incontrovertibile, che non si è potuto confutare nemmeno con il matrimonio che la donna finita sul banco degli accusati ha contratto con uno straniero cristiano, anzi: la cosa ha contribuito ad aumentare i capi d’accusa a suo carico. Secondo il tribunale di Khartoum, infatti, Mariam Yehya Ibrahim era da condannare anche per adulterio – di qui la punizione biblica delle 100 frustate – perché il suo matrimonio con un uomo cristiano non è considerato valido dalla Sharia, e per l’appunto reputato un tradimento. Infine, non fossero bastate le condanne e le pene inflitte, il giudice è arrivato a chiedere l’abiura all’imputata, esortandola a rinnegare la propria fede in cambio del condono della condanna, come se sulla vita e sulla propria spiritualità si potesse mercanteggiare: «Ti abbiamo dato tre giorni di tempo per rinunciare, ma tu continui a non voler tornare all’Islam, e dunque ti condanno a morte per impiccagione», ha sentenziato il togato Abbas Mohammed Al-Khalifa rivolgendosi alla donna. Una minaccia degna di quella ventilata alle studentesse nigeriane per le quali aderire alla fede islamica può significare la salvezza fisica, ma la condanna a una vita di prigionia: mentale, religiosa, fisica.