Il racconto di un testimone: «Pistorius era straziato, implorava Reeva di non morire»

Oscar Pistorius «pregava, era in lacrime, era straziato» e disperato «implorava Reeva di non morire»: così l’atleta sudafricano, tutto sporco di sangue e con la fidanzata morente in braccio, è stato trovato in casa sua la notte di San Valentino del 2013 da Johan Stander, un amico e vicino di casa che è stata la prima persona ad accorrere dopo l’omicidio della modella. Stander ha deposto in aula per la difesa alla riapertura del processo di Pretoria dopo la sospensione di due settimane per il periodo di Pasqua. Stander, che è l’amministratore del complesso di villini di Silver Woods Estate, dove viveva anche Pistorius, era stato chiamato per primo dall’ex campione di atletica alle 03:18 di quella notte sul cellulare: «Ti prego, ti prego, ti prego, vieni a casa mia. Ho sparato a Reeva. Pensavo che fosse un intruso. Ti prego, ti prego, ti scongiuro, vieni subito», ha raccontato in aula. E poi ha riferito dell’incontro: «Lo sforzo disperato per salvare la vita della ragazza… quando la implorava di restare viva… quando pregava Dio di farla vivere… Quella mattina ho visto la verità. L’ho vista e la sento». Poi è toccato alla figlia di Stander, Carice Stander Viljoen, accorsa col padre alla villa di Pistorius, raccontare cosa vide quella notte: «Sangue dappertutto» e lui in preda alla concitazione: «Carice, ti prego. Ti prego, Carice possiamo andare subito in ospedale?». Lui «mi implorava di metterla sulla mia macchina e di portarla in ospedale», ha dichiarato Carice, mentre Pistorius, sul banco degli imputati, si copriva la testa con le mani. La donna ha esordito raccontando di aver udito un uomo gridare «Aiuto! Aiuto!» nel cuore della notte. Poi, nel suo controinterrogatorio, il rappresentante dell’accusa, Gerrie Nel, che cerca di dimostrare che l’atleta sparò consapevolmente e intenzionalmente alla sua compagna chiusa nel bagno, ha chiesto a Stander se Pistorius gli avesse detto di aver sparato a Reeva Steenkamp «per errore». E il testimone ha ammesso che la parola «errore» non gli fu pronunciata quella notte dall’imputato. Terminata la deposizione di padre e figlia, l’avvocato della difesa, Barry Roux, ha detto di non avere altri testimoni pronti e l’udienza è stata aggiornata. Ma finora la difesa ha chiamato a deporre – compresi Stander, sua figlia e lo stesso Pistorius – cinque testimoni sui 14-17 annunciati, oltre ai periti di parte. Il dibattimento, secondo le previsione, si protrarrà fino a metà maggio, dopo di che si avranno le dichiarazioni finali di accusa e difesa prima del verdetto emesso dalla giudice monocratica, Thokozile Masipa – la legge sudafricana non prevede giuria –, che si limiterà a consultarsi preliminarmente con due esperti, detti ”assessors”, per fare il punto sugli elementi probatori. In caso di colpevolezza, Pistorius, che non ha mai negato di aver sparato a Reeva, ma afferma di averlo fatto per paura, senza riflettere, credendo fosse un ladro, rischia 25 anni di carcere. O addirittura l’ergastolo se l’accusa riuscirà a provare la tesi del delitto premeditato.