Il dramma delle liceali rapite. Se la campagna BringBackOurGirls rende più debole l’Occidente…

Individuare dove si trovano. È il primo punto del piano di aiuto occidentale al governo nigeriano per arrivare alla liberazione delle 276 ragazze rapite da Boko Haram. Ed è quello che alcuni aerei americani stanno cercando di fare, all’indomani della diffusione del lungo video in cui il gruppo terroristico ha mostrato un centinaio di ragazze velate dal jihab, asserendo che sono state convertite all’Islam e chiedendo la libertà dei propri militanti detenuti in cambio di quella delle studentesse.

Una fonte dell’amministrazione Usa ha fatto sapere che alcuni piloti stanno sorvolando la Nigeria, con l’autorizzazione del governo locale. A poche ore dalla diffusione del filmato era stata ancora la Casa Bianca a far sapere di considerare il video autentico. Anche sulla base di quello che si vede lì, dunque, si cerca di individuare il luogo in cui i terroristi nascondo le ragazze. Le intelligence internazionali sono al lavoro, dopo che il presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, ne ha accettato l’aiuto. Probabilmente anche questa apertura al sostegno occidentale, dopo lunghe settimane di silenzio e attendismo, è frutto della campagna mediatica #bringbackourgirls, che ha ricevuto uno slancio enorme dall’adesione di Michelle Obama e a cui anche Papa Francesco ha dato supporto. Più di un osservatore, però, inizia a richiamare l’attenzione anche sull’altra faccia di questa mobilitazione virale, che sta commuovendo il mondo: inonda i terroristi di una visibilità mai avuta prima e, quindi, in qualche modo ne fa il gioco. Il gruppo Boko Haram esiste dal 2002 e gli sono addebitate circa 10mila morti, senza che l’opinione pubblica mondiale ne sapesse nulla o quasi. È stato stimato che solo dall’inizio di quest’anno, complice anche la sanguinarietà del nuovo leader, Abubakar Shekau, abbia fatto 1500 vittime, metà delle quali civili. E comunque nulla, fino all’impressionante rapimento delle studentesse dal dormitorio di Chibok e, ancora di più, fino alla richiesta planetaria di liberazione. Oltre a questo, c’è il fatto che l’appello dal basso amplifica l’idea di debolezza del governo nigeriano, che già ci ha messo e ci sta mettendo del suo per apparire indeciso e ondivago e che anche in occasione della richiesta di scambio tra ragazze e miliziani ha mandato messaggi contrastanti: alla chiusura netta dell’esecutivo hanno fatto da contraltare voci degli apparati governativi che, invece, spiegavano che ad Abuja sono disposti a «considerare tutte le opzioni».

Ma la campagna presenta anche un’altra insidia: rischia di mostrare anche la debolezza dell’Occidente, che si è esposto direttamente con i suoi leader, a partire da quel Barack Obama le cui disposizioni governative per aiutare le ragazze sono state annunciate via web dalla moglie. «E se Boko Haram non “rilascia le nostre ragazze” cosa faremo?», ha chiesto già prima della diffusione del filmato Dan Hodges, firma del Telegraph, sia sottolineando come questa parte di mondo si sia messa all’angolo, sia chiedendo provocatoriamente quale lezione potranno mai ricavare i terroristi da questa vicenda. Su Il Giornale la questione è stata affronta da Gian Micalessin, inviato di guerra ed esperto di scenari di crisi, che dopo la diffusione del filamto ha scritto che «la campagna #bringbackourgirls, propagatasi viralmente grazie ai tweet di Michelle Obama, ha conseguito, purtroppo, il più deleterio dei risultati». In termini meno critici, ma altrettanto preoccupati, l’argomento è stato affrontato anche da Avvenire. «Impressiona la puntualità con la quale – nei momenti cruciali della crisi in atto – (Shekau, ndr) risponde in video alle sollecitazioni interne e internazionali». L’editoriale di Avvenire prosegue parlando del filmato e del «ricatto» dello scambio «sotto gli occhi di un “pubblico” mondiale che diventa a sua volta testimone e bersaglio. E si trasforma, implicitamente, anche in ostaggio della propaganda violenta di Noko Haram». Che si fa vittima, insomma, delle logiche proprie del terrorismo.