Greganti intercettato: «Ho finito ora una riunione in Senato…». La “cupola” aveva preteso 2 milioni di tangenti

Si aprono le prime crepe nell’inchiesta sull’Expo dove, fino ad ora, gli indagati si erano rigorosamente divisi in due gruppi separati: quelli, come Maltauro, Catozzo e Paris che avevano deciso di “sbracare” e di raccontare come andavano le cose confermando ai magistrati il giro di tangenti nel quale erano coinvolti e quelli, “politici”, come Greganti, Frigerio e Grillo che tenevano il punto fingendosi estranei a ogni cosa, semplici passanti.
Forse all’orecchio dei “duri” deve essere arrivato qualcosa, forse hanno capito che i compari stanno “cantando” a squarciagola, forse la galera inizia a fare i suoi effetti. Fatto sta che il fronte dei duri e puri si spacca. Iniziano anche qui le prime ammissioni. Frigerio, vecchia conoscenza di Tangentopoli, ammette: ho preso soldi dall’imprenditore Enrico Maltauro, (altra vecchia conoscenza di Tangentopoli) ma erano regalie. Un tentativo estremo di alleggerire la sua posizione. Il verbale, del 12 maggio scorso, non deve aver convinto i magistrati. Che gli hanno negato la scarcerazione. Anche perché, due giorni dopo, mercoledì 14 maggio, interrogato, Maltauro, vecchia volpe di mani Pulite, aveva fregato il compare: nel suo interrogatorio davanti ai pm di Milano Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio l’imprenditore aveva parlato di quei versamenti, fatti a Frigerio e agli altri uomini della cricca che truccava gli appalti di Expo, Sogin e della sanità lombarda, come di tangenti che lui era costretto a versare per poter lavorare. Davanti ai pm, Maltauro aveva ricostruito il sistema delle mazzette e, per questo, verrà probabilmente riconvocato dagli inquirenti nei prossimi giorni.
Identiche ammissioni sono arrivate anche dal “corriere” delle tangenti Sergio Cattozzo, ex-esponente ligure dell’Udc, a cui sono stati trovati anche post-it con la “contabilità della stecche” e un vero e proprio archivio di documenti e agende dalle quali viene a galla la sua rete di contatti e di appuntamenti.
Ancora oggi, interrogato per cinque ore, Catozzo ha precisato di fronte ai magistrati, punto per punto, come funzionava il meccanismo. Facendo due ammissioni importanti: ha rivelato, inguaiandolo, che il senatore Luigi Grillo prendeva tangenti. E ha quantificato la cifra che il gruppetto puntava a raccogliere per gli appalti dell’Expo e di Sogin con le tangenti, oltre 2 milioni di euro. L’accordo stretto fra la Cupola e l’imprenditore vicentino Enrico Maltauro per l’appalto Sogin del valore di circa 85-90 milioni di euro prevedeva presunte tangenti, in caso di chiusura positiva della gara, per una percentuale dell’1,5 per cento sul valore dell’appalto. Dunque Maltauro avrebbe promesso un versamento di circa 1,5 milioni di euro (compresa la parte di Cattozzo da ricevere attraverso una finta consulenza) e avrebbe effettivamente corrisposto 600 mila euro. Inoltre, sempre stando a quanto avrebbe riferito oggi Cattozzo, per l’appalto Expo sulle cosiddette “architetture di servizi” Maltauro aveva promesso una mazzetta da 600 mila euro.
Cattozzo avrebbe affrontato con i pm anche il capitolo dell’appalto da 323 milioni di euro per la “Città della salute” che la “squadra” avrebbe cercato di truccare.
Ma queste ammissioni fatte da Catozzo rappresentano solo la punta dell’iceberg. Tant’è che il verbale dell’interrogatorio è stato secretato. Nelle prossime ore si capirà anche perché.
Come se non bastasse ieri anche l’ex-manager dell’Expo, Angelo Paris, ha ammesso di aver truccato le gare d’appalto e di averlo fatto, sbagliando, per vantaggi di carriera e protezioni politiche.
Peraltro Frigerio il 12 maggio scorso aveva anche “ridisegnato” la figura di Sergio Catozzo assegnandogli il ruolo di “segretario” di Luigi Grillo. E lo stesso Maltauro, interrogato sia dal gip sia dai pm aveva raccontato che Cattozzo gli fu presentato da Grillo come il suo stretto collaboratore e segretario. Dalle indagini, inoltre, è emerso che Cattozzo era l’uomo di fiducia di Grillo per tenere i rapporti e i contatti con le imprese a cui dovevano essere assegnate, secondo l’accusa, le gare d’appalto truccate in cambio di mazzette. Un’attività, secondo le indagini, che Cattozzo avrebbe portato avanti anche quando Grillo era senatore e sedeva in Parlamento.
Continuano a  negare le accuse, invece, l’ex-funzionario Pci Primo Greganti e, appunto, l’ex-senatore Pdl Luigi Grillo. Ma oramai sono gli unici della cricca e difficilmente potranno continuare a tenere questa posizione.
Grillo, interrogato, ha giustificato il denaro che, nel dicembre dell’anno scorso, Enrico Maltauro gli aveva versato, come un sostegno elettorale. E’ stato quando il gip gli ha letto lo sbobinamento di una intercettazione telefonica del 24 dicembre, «apparentemente solo uno scambio convenzionale di auguri» fra il politico e l’imprenditore: «Ti ringrazio di cuore di tutto – sono le parole intercettate di Grillo – ho visto Sergio (Catozzo ndr) tutto bene ti ringrazio molto… ci vediamo subito dopo Capodanno e così proseguiamo nell’azione». E quando all’ex-senatore del Pdl è stato chiesto di spiegare i ringraziamenti per il denaro ricevuto, ha risposto che si sarebbe trattato di un sostegno elettorale.
L’ultimo rimasto a fare la guardia al bidone di benzina è l’immarcescibile Greganti. Il “compagno G” continua ad utilizzare la stessa strategia di quando fu travolto da Tangentopoli e riuscì, rifitandosi di ammettere le tangenti, a salvare, all’epoca, Botteghe Oscure. Stavolta la cosa è un po’ più difficile. Gli elementi in mano ai magistrati sono tanti. E i compagni di merende non sembrano disposti a rischiare più di tanto per salvare la faccia al centrosinistra.
Singolare, per non dire incredibile, il teatrino che si è svolto fra il capo della Procura di Milano, Bruti Liberati e l’ex-magistrato Pietro Grasso poi candidatosi con il PD ed eletto presidente del Senato. Grasso ha richiesto a Bruti Liberati (cosa mai vista prima) notizie sulle indagini per sapere se avessero accertato la presenza di Greganti al Senato giacché dai tabulati non risultano ingressi del compagno G a palazzo Madama. Non è chiaro se la richiesta sia stata formulata da Grasso come presidente del Senato o come esponente di peso del Pd, il partito che, in questo momento, teme come la peste il compagno G e le sue prossime esternazioni.
Fatto sta che Bruti Liberati, anziché rispondere a Grasso di farsi i fatti suoi, ha tenuto a precisare che «non è mai stato svolto alcun servizio di osservazione di polizia giudiziaria al fine di accertare l’eventuale ingresso o uscita dell’indagato, Primo Greganti, in Senato ovvero in Palazzi del Senato». La forma, insomma, è salva. Ma la sostanza? La sostanza è che «agli atti risulta un’intercettazione del 19 febbraio scorso in cui Greganti riferisce a Cattozzo «adesso ho finito una riunione al Senato», e che la posizione dell’utenza di Greganti risulta nei pressi di Palazzo Madama». Ora il problema è quello di spiegare come abbia fatto Greganti a entrare in Senato senza farsi registrare. Ovvero chi ha consentito a Greganti di entrare nel Senato senza registrarsi. E, soprattutto, perché.
Non si tratta proprio di una questione di secondo piano, visto che, a quanto scrive la guardia di Finanza, la coop Viridia, che sarebbe stata legata a Primo Greganti, dopo aver lavorato nell’appalto per la cosiddetta “Piastra” dell’Expo, avrebbe dovuto entrare, proprio secondo le intenzioni del “Compagno G anche nei lavori per la realizzazione di «dieci padiglioni» dei Paesi stranieri per l’Esposizione Universale.
Almeno questo è ciò che emerge da un’informativa della sezione Pg della Gdf di Milano dello scorso 28 aprile agli atti dell’inchiesta. Già in una telefonata dello scorso 18 aprile Primo Greganti e Fernando Turri, responsabile della Viridia, coop con sede a Settimo Torinese, parlavano del «contratto di appalto connesso ai lavori da effettuare, cosiddetta “Piastra”, aggiudicata alla Mantovani in Ati con Viridia». In un’altra intercettazione del 24 aprile scorso poi, «Greganti chiama il nipote Simone e nel corso della conversazione gli comunica che sta andando da Fernando Turri in quanto ha un appuntamento per le ore 8.00». Evidentemente, riassume la guardia di Finanza, «lo scopo dell’incontro con Turri è quello di aggiornarlo sull’esito» di una cena «della sera prima» con l’allora manager di Expo, Angelo Paris, e Sergio Cattozzo.
Greganti nella telefonata dice: «Ah… ieri sera … ieri sera poi a Milano è andata bene eh? Quel … quegli altri lavori». E il nipote: «Degli altri 10 padiglioni … eh». E Greganti «conferma – scrive la Gdf – e aggiunge di aver avuto garanzie sull’assegnazione dei lavori». E’ di tutta evidenza, spiegano ancora gli investigatori, «che i due si riferiscono alla costruzione di un complesso di dieci padiglioni per altrettanti Paesi partecipanti all’Expo 2015 già promessigli dal pubblico ufficiale già in data 1 aprile 2014 in occasione della cena presso» un ristorante di Milano. In un’intercettazione del 22 aprile scorso, inoltre, era l’imprenditore vicentino Enrico Maltauro a parlare di un ”padiglione cinese”, lasciando chiaramente intendere, secondo la Gdf, che si tratti ”del discorso legato agli interessi economici connessi alla costruzione dei Padiglioni per conto dei Paesi esteri». Lo stesso giorno, tra l’altro, Cattozzo inviò un sms a Maltauro con scritto: «hai sentito gli inglesi?».