Gli azzurri: «Abbiamo pagato l’assenza di Berlusconi». Ora la parola d’ordine è un “nuovo centrodestra”

In casa azzurra la chiave di lettura del risultato elettorale è concorde: «Abbiamo pagato l’assenza di Silvio Berlusconi». Esattamente come la prospettiva immediata è comune a tutti i commenti fin qui rilasciati: guardare a un grande lavoro di rilancio del partito, riformulando contestualmente strategie e obiettivi alla luce di un progetto di unificazione dell’area moderata. E da Arcore si guarda già oltre. Mercoledì il Cav farà il punto con lo stato maggiore del partito, ma certo con i più fedelissimi ci sarà tempo già nelle prossime ore per fare una prima analisi del voto e delle contromosse da mettere in campo. Berlusconi, del resto, aveva parlato già di «rinnovamento» profondo del partito, e dunque il risultato elettorale di oggi potrebbe essere l’occasione buona per dare una scossa dalle fondamenta. Magari, cercando di riunire i satelliti nell’orbita del centrodestra nella galassia dell’elettorato alternativo alla sinistra, sulla base di una prospettiva politica che guardi a una sintesi il più adeguata possibile. E allora, tra i primi punti all’ordine del giorno, la riunificazione del centrodestra, con uno sguardo particolare ad Angelino Alfano: «Devono riflettere e tornare nel centrodestra se non vogliono stare in bilico sul 4%», è il monito a caldo del vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri. E decisamente aperto a una possibilità di questo tipo si è detto anche Paolo Romani, capogruppo di Fi al Senato, arrivato a sua volta ad ipotizzare l’apertura di «un cantiere del centrodestra». «Per Forza Italia si tratta di una prova di metà percorso», ha dichiarato invece Giovanni Toti, consigliere politico di Berlusconi, che poi ha subito aggiunto: «Il nostro rinnovamento già cominciato nei mesi scorsi continuerà le prossime settimane e mesi, per farci trovare pronti ai nuovi appuntamenti elettorali. Anche gli altri partiti che si riconoscono nello schieramento antagonista alla sinistra sappiano fare proficue riflessioni circa la necessità di lavorare per un fronte moderato unito».
Certo nessuno, Silvio Berlusconi in testa, si aspettava i numeri delle scorse politiche, ma i primi dati reali che attestano il partito intorno al 17% sono il risultato severo di una campagna elettorale blindata nel recinto delle restrizioni giudiziarie imposte al leader di Forza Italia. Non è un caso allora se, a caldo, i primi commenti che arrivano dai big azzurri vanno in un’unica direzione: «Abbiamo pagato l’assenza di Berlusconi che ha combattuto come un leone, ma ha dovuto vivere il periodo pre-elettorale senza poter fare comizi in tutte le Regioni», ha dichiarato Maria Stella Gelmini, alle cui parole hanno immediatamente fatto eco quelle di Deborah Bergamini, responsabile comunicazione del partito, che non ha esitato a parlare di «anno orribile» per Forza Italia. Un partito che paga per una «condanna ingiusta» subita dall’ex capo del governo, impossibilitato a fare una campagna elettorale in prima persona. Questo, a sentir parlare la Bergamini, ha portato gli elettori azzurri, «che non sono militarizzati», lontano dalle urne. Urne che, ha aggiunto poi tra le righe, non non sono andate poi così male se consideriamo che «abbiamo avuto un Berlusconi costretto ai box. E prima ancora c’erano state l’estromissione dal Senato e la scissione con Ncd. Alla luce di questo – ha concluso Deborah Bergamini– non si può dire che sia un risultato negativo per Forza Italia».
Mentre il capolista di FI nella circoscrizione meridionale, Raffaele Fitto – forte di un successo personale prima ancora che di partito, che lo ha incoronato il migliore tra i forzisti – leggeva lo scrutinio delle urne nell’ottica positiva della «circoscrizione Sud, che ha contribuito in maniera determinante alla tenuta di Forza Italia a livello nazionale», l’ex ministro Brunetta non ha cercato spiegazioni e è andato dritto al cuore del problema. Così, nella sua riflessione post-voto ha riconosciuto con amarezza che «il risultato non è esaltante, non è buono. Il nostro obiettivo era il 20%, e dunque siamo tre punti sotto». Secondo il deputato di FI, «c’è stato un voto emotivo per il Pd, un voto in funzione anti-Grillo, in una campagna elettorale sempre più polarizzata da questo punto di vista nell’ultima settimana. La sinistra ha preso i suoi voti tradizionali – ha quindi chiosato Brunetta entrando nel merito dell’analisi elettorale – mentre il nostro popolo di elettori non è andato a votare, o non ci ha votato perché non ha capito la nostra duplicità: all’opposizione, ma allo stesso tempo con Renzi per le riforme. Questa ambiguità non ha premiato: non è possibile una partnership riformatrice con il Pd che porta a una nostra sconfitta, e a una sua grande vittoria. C’è qualcosa che non va». E allora, a chi si chiede come l’esito del voto condizionerà l’atteggiamento di FI nei confronti del governo, i big azzurri, con particolare riferimento alle riforme, confermano la linea fin qui seguita: «Se sono buone, i nostri voti non mancheranno». E alla fine, plebiscitariamente, tutti si stringono attorno al loro leader: «La guida carismatica di Berlusconi resterà, Dio ce l’ha dato e noi ce lo teniamo», ha ribadito Brunetta. «Chi sperava di scalare il centrodestra è rimasto deluso», ha rincarato la dose Daniela Santanchè, ammonendo chi «faceva proclami» e che ora «dovrà riconoscere che in Italia il centrodestra è sempre Silvio Berlusconi».