Europa, la corsa (zoppa) di Juncker frenata da Merkel e Cameron. E nel totonomine Renzi rispolvera Letta

«Nomina sunt consequentia rerum», sentenzia il premier Renzi in trasferta a Bruxelles ai colleghi Ue, citando in latino «gli antichi», e sviando il discorso del totonomine sul tavolo dei Ventotto. Uno slalom dialettico in cui il presidente del Consiglio allude meno enigmaticamente agli obiettivi da perseguire, aggiungendo che a lui interessa «molto di più parlare di come spendere i soldi europei per creare lavoro, piuttosto che parlare di incarichi, nomi e poltrone». In realtà, però, nella ridda di ipotesi e candidature, al di là della melina delle dichiarazioni ufficiali, Renzi dimostra di voler giocare più all’attacco che a fondo campo, tanto che è ormai sdoganata l’idea che il premier potrebbe arrivare ad avanzare delle proposte fattive, puntando anche alto: come (a titolo risarcitorio?) sull’ex presidente del Consiglio Enrico Letta al vertice della Commissione europea.
Rumors che girano mentre le carte restano coperte in attesa che sul tavolo di Strasburgo si cali l’asso. E dunque nel frattempo Renzi temporeggia aspettando di vedere che piega prenderanno le trattative ondivaghe su Juncker quale candidato alla Commissione, su cui – ormai è chiaro – non ci sarebbe maggioranza tra i Ventotto. Un nodo che spetterà sciogliere ad Herman Van Rompuy, al lavoro per sondare il terreno e trovare la strada maestra di una soluzione condivisa. Un percorso fitto di consultazioni e negoziati, e disseminato di trappole e difficoltà: il Ppe, infatti, ha vinto le elezioni europee ma è tutt’altro che scontato che il suo candidato arrivi alla guida della Commissione: anzi, la corsa di Jean-Claude Juncker alla testa dell’esecutivo di Strasburgo sembra allontanarlo di ora in ora dall’ambito traguardo finale. Per arrivare alla meta, infatti, gli ostacoli lungo il cammino indirizzato a scegliere il sostituto di Barroso potrebbero allungare sensibilmente i tempi previsti. Del resto che quella di Juncker fosse una maratona su un sentiero minato lo si era capito già dall’endorsement della Merkel, sostenuto più come formale atto dovuto che come un sostegno realmente convinto a quell’ex premier lussemburghese, reo di aver criticato aspramente le ricette della cancelliera a base di austerità, prima di dimettersi dalla presidenza dell’Eurogruppo. Come se non fosse abbastanza, poi, all’ostilità mascherata della Merkel si aggiunge l’aperta opposizione dal britannico David Cameron, che sta già arruolando altri leader per bloccare il candidato Ppe. Un pressing strategico sbeffeggiato – tra gli altri – anche da Hannes Swoboda, presidente dell’S&D all’Europarlamento, che in una nota, dopo aver esortato Juncker a «negoziare senza mandato», polemicamente aggiunge: «È comico che Juncker abbia il supporto di socialisti e democratici ad aprire i negoziati, ma sia bloccato dalla sua stessa famiglia politica al Consiglio». Ciliegina sulla torta, infine, la partita su tutte le altre nomine europee che vanno fatte entro l’anno, e che vanno calibrate su quella del presidente della Commissione. La corsa in salita, viziata da una falsa partenza, è solo all’inizio.