È la disaffezione il minimo comune denominatore di questa Europa così distante

Botti non ce ne sono stati. E per fortuna neanche botte. Almeno per ora. Per il resto questa campagna elettorale europea ha confermato parecchio di quel che tutti già sanno da un pezzo. Al netto di sondaggi, manifesti, slogan, spot, interviste, piazze più o meno deserte, teatri più o meno pieni e chi più ne ha più ne metta, un unico dato è certo, acclarato: che l’Europa, in quanto Unione,  comune sentire, aspirazione e speranza, si sta allontanando sempre di più dai cuori e dai cervelli dei suoi cittadini. In ognuno dei ventotto stati che hanno contratto il patto che ha dato vita alla bandiera blu con le stelle d’oro non è certo il senso di unione e di solidarietà che cresce e si consolida. No, non lo è più. Quel che è cresciuto è il disincanto. Il disinteresse. La rabbia. L’opposizione più dura e intransigente ad una costruzione, per l’appunto quella dei burocrati di Bruxelles, che non soddisfa neppure le più elementari necessità dei popoli che dice di voler rappresentare e proteggere. Tutto quello che è stato individuato, additato e giudicato spregiativamente «populismo», tutto il malumore derivante da politiche occhiute e cocciute, tutta la paura per il precipitare della situazione economica, tutto questo insieme e molto altro ancora hanno determinato il primo, evidente e più negativo risultato di questa tornata elettorale. La disaffezione, il rifiuto di dare il voto all’istituzione in quanto tale. Il rifiuto di partecipare. Un dato, a poche ore dell’apertura anche dei nostri seggi, che ci vedrà pienamente coinvolti e in totale sintonia. In questo e solo in questo, nella fuga dalle urne,  si può trovare – se proprio lo si cerca – il minimo comune denominatore della realtà europea odierna. C’è di che riflettere. E non c’è da stare allegri.