Doccia fredda dell’Istat sull’ottimismo del premier: l’Italia in declino fatica a risalire la china

E’ la foto di una Italia in declino, profondamente segnata dalla crisi, che fatica a riprendere vigore, quella che emerge dal Rapporto annuale dell’Istat. Gli indicatori sono per la maggior parte negativi. E dove spunta qualche elemento di ripresa, il segnale è talmente debole da risultare ininfluente. Partiamo dal Pil. Nel 2013 si è contratto nuovamente (-1,9%), riportando il livello dell’attività economica al di sotto di quello del 2000. Nel quarto trimestre dello scorso anno si è registrato un timido segnale di ripresa, dopo nove trimestri consecutivi di contrazione dell’attività (uno 0,1 % in più), subito eroso nel primo trimestre di quest’anno, che registra una nuova flessione (-0,1%). Cala a maggio anche l’indice di fiducia delle imprese italiane che scende a 86,9 da 88,8 di aprile. E’ il secondo calo consecutivo. Indice di un peggioramento del “morale” delle aziende di servizi e di quelle di costruzione. Resta stabile la fiducia delle imprese nel comparto manifatturiero, mentre migliora leggermente quello delle imprese del commercio al dettaglio. I settori delle costruzione e quello dell’industria sono, senza dubbio, quelli che dalla crisi hanno subito i contraccolpi più pesanti. Secondo l’istituto di statistica, tra il 2008 e il 2013 i cali di occupazione sono rispettivamente di -396 mila e di -482 mila unità. Nell’ultimo anno il calo è divenuto più consistente anche nel terziario, con una riduzione di occupazione (-191 mila unità) concentrata soprattutto nei servizi generali della Pubblica amministrazione e nel commercio. Tra le professioni, le più colpite sono quelle operaie, con una contrazione dell’ultimo quinquennio del 15,1%. Tra le professioni qualificate, diminuiscono dirigenti, piccoli e grandi imprenditori, tecnici. Aumentano invece gli occupati in professioni non qualificate, dove la presenza di stranieri è preponderante (319 mila su un aumento di 350 mila unità). Cresce l’occupazione femminile nelle attività commerciali, ma anche qui la presenza straniera è consistente, mentre in generale si dilata la precarietà. Anche se nel 2013 poco più della metà di coloro che svolgono lavori atipici ha un contratto che dura meno di un anno, per molti si protrae la condizione di precarietà: 527 mila atipici svolgono lo stesso lavoro da almeno cinque anni. A rischio anche il no-profit. Si tratta di un settore molto attivo nel campo della sanità e dell’assistenza, per lo più legato a finanziamenti pubblici. Un limite evidente in un periodo di contrazione della spesa pubblica.