Dieci anni fa moriva Umberto Agnelli: imprenditore, sportivo e politico lasciò il segno nella Fiat

“Le petit Frère devenu grand”, lo aveva definito il quotidiano Le Monde, “un mastino dalla faccia d’angelo” invece aveva detto il Time. Parole che calzano a pennello per un ritratto di Umberto Agnelli, dieci anni dopo la scomparsa. Martedì prossimo, giorno del decennale, la Fiat e la Juventus lo ricorderanno a Sestriere, località della Via Lattea molto amata dalla famiglia Agnelli e nella quale Umberto trascorreva i fine settimana. Nell’incontro la sua figura sarà rievocata attraverso le testimonianze di personaggi che lo hanno conosciuto: Sergio Marchionne parlerà dell’imprenditore, Pavel Nedved dei rapporti con la Juve, l’ambasciatore giapponese Masaharu Kohno della profonda conoscenza del mondo nipponico, Enrico Letta della visione politica. Interverranno il sindaco di Sestriere Valer Marin, quello di Torino, Piero Fassino e parlerà il figlio Andrea, oggi presidente della squadra bianconera. La sera alle 18, a Torino, ci sarà la Messa presso il santuario della Consolata, presieduta dall’arcivescovo Cesare Nosiglia.

Dalla morte di Umberto Agnelli sembra passato più che un decennio un secolo, ma nella Fiat di oggi c’è la sua impronta. L’avvio del rilancio del gruppo, e non solo. Il filo rosso è Sergio Marchionne, conosciuto in Sgs di cui il manager italo-canadese era amministratore delegato. Dopo la morte dell’Avvocato nel 2003 è Umberto a volerlo nel cda Fiat. E, per un incrocio di destini, sarà proprio Marchionne, dopo la morte di Umberto e l’uscita di scena dell’allora ad Giuseppe Morchio, ad assumere, il primo giugno 2004, la guida della casa torinese. A lungo al vertice delle attività finanziarie, il regno di Umberto alla Fiat è breve. Inizia il 24 gennaio 2003 quando, un’ora dopo la morte del fratello Gianni, la famiglia gli chiede di assumere le redini del gruppo: i vari rami della dinastia, riuniti in assemblea, lo candidano al vertice e lo nominano presidente dell’accomandita. Da dieci anni fuori dalla gestione della società, non ha alcuna esitazione e si lancia con entusiasmo in quella che sarà la sua ultima avventura. Lo chiamavano il Dottore e con l’Avvocato era un gioco delle parti: Gianni il finanziere, Umberto il manager, uno la colomba, l’altro il falco. A Gianni toccano gli annunci positivi, a Umberto le decisioni difficili, i tagli drastici. Le due biografie hanno profonde differenze e molti punti in comune. Gianni aveva fatto il militare in un’arma aristocratica, la cavalleria, Umberto negli alpini. Tutti e due frequentarono la Facoltà di Legge e furono presidenti della Juventus, erano appassionati di sci, di vela e Umberto anche di golf. Entrambi sposarono una Caracciolo: Allegra, moglie di Umberto, è cugina di Marella, moglie di Gianni. Umberto aveva uno stile di vita più riservato anche se non rinunciava a tenere rapporti internazionali di alto livello. Tra i momenti più dolorosi la morte nel 1997 del primogenito, Giovanni Alberto, designato alla successione dello zio Gianni. In politica, mentre Gianni fu a lungo incerto sulla possibilità di candidarsi nelle file del Partito repubblicano, nel 1976 Umberto annuncia la candidatura nelle liste della Dc e viene eletto senatore. Finanza, politica ma anche calcio. Ad appena 22 anni assume la responsabilità della Juventus, diventando il più giovane presidente bianconero. Carica che mantiene fino al 1962. Fa arrivare a Torino grandi talenti come Omar Sivori e John Charles e sotto la sua guida, per la prima volta, una società italiana conquista la stella al merito sportivo per aver vinto dieci titoli nazionali. Tornerà poi ad occuparsi direttamente della Juve nel 1994, dopo le dimissioni di Giampiero Boniperti.