Ad ognuno la sua riforma: dopo il voto, ecco le strategie dei partiti

Tra le conseguenze del risultato elettorale c’è anche un mutamento dell’iter di approvazione delle riforme, sia nel timing sia nei contenuti. Passate le ore dei festeggiamenti e delle leccate di ferite, analizzati a fondo i dati, la partita si sposta adesso sul terreno delle due riforme al centro del programma del premier Renzi, la nuova legge elettorale e la modifica della Costituzione con un profondo cambiamento del Senato.

Rispetto a prima del voto la situazione cambia molto e tutto lascia pensare che le riforme saranno approvate e anche presto. Il segretario del Pd ha conquistato tanta forza dal risultato delle elezioni da aver sterilizzato la minoranza interna, che da adesso in poi sarà molto allineata. Berlusconi, dal canto suo, dopo aver pagato a caro prezzo l’accordo con Renzi sulle riforme non può che restare attaccato al carro e votare sia la legge elettorale che la nuova Costituzione. Anche Alfano non ha margini di manovra, perché dopo aver vinto per il rotto della cuffia la battaglia per la sopravvivenza ha bisogno di tempo per strutturare il partito e per veder calare ancora Forza Italia a suo vantaggio. Ancor più appiattita sarà Scelta civica, che con il suo zero virgola per cento non ha prospettive elettorali e quindi punta a far durare a lungo l’attuale legislatura.

Detto che una larga maggioranza non potrà che votarle, vediamo adesso quali potrebbero essere le novità sui contenuti. La legge elettorale uscita dall’accordo del Nazareno, il cosiddetto Italicum, a questo punto può trovare un rinnovato consenso. Passato la spauracchio di un Grillo vincente non si rischia di vedere il partito populista al ballottaggio e sia il centrosinistra sia il centrodestra hanno interesse a confermare l’impianto di una legge elettorale proporzionale, con liste bloccate e vittoria a chi supera il 37% o eventuale ballottaggio. Oggi Renzi può puntare ad un risultato di coalizione vicino al 50% e quindi nulla ha da temere, mentre il centrodestra unito può contare su dieci punti di scarto rispetto a Grillo e quindi porsi come alternativa in caso di fallimento dell’attuale premier. Al limite le modifiche che potrebbero venir fuori riguardano le soglie. Potrebbe essere alzata quella di coalizione, salendo al 40%, visto che il Pd non ha più da temere quell’asticella. Ma soprattutto è probabile che si abbassi lo sbarramento, oggi ipotizzato al 4,5%. A chiedere una soglia alta era stato Berlusconi, ma dopo aver scoperto che da solo non arriva al venti per cento e che non è riuscito a cannibalizzare gli altri partiti ha adesso tutto l’interesse ad obbligare gli alleati alla coalizione abbassandogli la soglia. Si potrebbe quindi tornare al doppio binario del Porcellum, che prevedeva il 4% fuori coalizione e il 2% in coalizione. Questa soluzione sarebbe molto utile a spingere i partiti di centrodestra a riavvicinarsi perché Forza Italia avrebbe il vantaggio di uscire dall’isolamento e gli altri vedrebbero abbassato lo sbarramento con la certezza di entrare in Parlamento.

Quanto ai tempi è plausibile che tutto avvenga entro luglio, come ha detto Renzi. Il risultato elettorale non può attendere e il premier sa che il ferro va battuto quando è caldo.