A Strasburgo popolari e socialisti già cercano accordi per il “dopo”. Fa paura l’avanzata euroscettica

A ogni euroelezione si ripete lo stesso copione: stanno lottando testa a testa per spuntarla alle elezioni del prossimo fine settimana e già appaiono destinati a continuare anche dopo gomito a gomito, ma per lavorare assieme nella plenaria di Strasburgo. Secondo gli ultimi sondaggi di Poll Watch del 14 maggio, popolari e socialisti, i due grandi gruppi a Strasburgo, sono dati quasi alla pari, separati solo da 3 scranni: 212 a 209. Un quasi pareggio che si scioglierà solo a urne chiuse e che, sommato alla crescita dell’estrema destra euroscettica e dell’estrema sinistra eurocritica ed al parallelo calo di liberali e verdi, indica al Parlamento Ue la via maestra della grande coalizione: il modello Berlino che diventa di casa anche a Strasburgo e Bruxelles. «Non ci sarà nessuna maggioranza di centrodestra o di centrosinistra», vaticina però Daniel Cohn-Bendit, vecchia volpe dell’emiciclo, leader carismatico dei Verdi che dopo diverse legislature a Strasburgo ha deciso di non ricandidarsi. «Juncker (il candidato alla Presidenza della Commissione Ue per il Ppe) non potrà fare maggioranza con i conservatori e i fascisti – spiega Cohn-Bendit -, mentre Schulz (candidato del Pse) non potrà fare una maggioranza di tre seggi con verdi, liberali e forse la sinistra unitaria, quindi ci sarà la necessità di una grande coalizione. Ne stanno già parlando, in campagna elettorale sono uno contro l’altro, ma dietro le quinte già si mettono d’accordo e credo che faranno un accordo a tre: Ppe, socialisti e liberaldemocratici». I numeri darebbero una comoda maggioranza a Ppe e Pse – circa 430 seggi su 751 – ma il Parlamento Ue non è come gli altri e oltre alle divisioni di partito contano anche gli interessi nazionali, per cui per poter approvare direttive, risoluzioni e regolamenti con una certa sicurezza i gruppi politici devono poter contare su un cuscinetto in più di seggi. Un buon motivo per includere nella grande coalizione europea anche i liberaldemocratici dell’ex premier belga Guy Verhofstadt, dati a 63 deputati, e di farlo partendo forse proprio dalla ripartizione delle cariche istituzionali: Presidente della Commissione Ue, del Consiglio e del Parlamento. Uno a testa per i tre maggiori partiti dell’emiciclo. Un ménage à trois da valutare subito dopo il voto, mentre è abbastanza chiaro che i lavori della prossima legislatura saranno basati su un patto tra le due (o tre) maggiori forze politiche del continente, che già molto hanno collaborato negli ultimi 5 anni nella costruzione della strategia anti-crisi, con i risultati disastrosi che sono oggi sotto gli occhi di tutti. Una soluzione di necessità per continuare il progetto Europa, ma non necessariamente una soluzione vincente. giacché è anche possibile che i vecchi partiti di Strasburgo vadano in minoranza. «Le grandi coalizioni sono un rischio per l’Europa», l’opinione del politologo francese Yves Meni, già direttore della scuola europea di Firenze, «perché porteranno a compromessi al ribasso in molti temi, dall’economia ai diritti, che non faranno altro che aumentare quel malcontento di cui si fanno portatori i partiti euroscettici. C’è il rischio – spiega ancora Meni – di essere finiti in un circolo vizioso: il successo delle forze populiste obbliga a fare grandi coalizioni che non riescono a rispondere alle richieste dei cittadini e questi ultimi continueranno ad andare verso i partiti anti-Ue». Speriamo che sia davvero così.