«Uno scrittore ridicolo, cortigiano di Castro». Quelli fuori dal coro su Gabriel García Márquez

«Quelli che hanno letto il modestissimo Cent’anni di solitudine hanno mai letto I Viceré di Federico de Roberto? Tanto per nominare un monumento della nostra letteratura, oggi poco citato e poco letto». A porre la domanda tanto impietosa quanto irriverente è Paolo Isotta, in una lettera al quotidiano Il Giornale nella quale demolisce la retorica melensa che ha contagiato stampa, critici e lettori. Isotta è impietoso. L’autore colombiano premio Nobel per la letteratura? «Si tratta di scrittore rudimentale e quasi ridicolo, che abbiamo letto a sedici anni e che non vale la pena di rileggere né a trenta né a sessantaquattro com’è il caso mio». Isotta, critico musicale, storica firma del Corriere della Sera, non è mai stato un intellettuale allineato. Celeberrimo il suo coccodrillo in occasione della morte di Luciano Pavarotti. Laddove tutti celebravano il genio del tenore adorato in tutto il mondo della lirica, lui ne aveva ricordato con irriverenza i limiti tecnici e canori. Ma non c’è stato solo il giornalista napoletano a fare da bastian contrario in una melassa acritica che, a tutte le latitudini, ha avvolto lo scrittore colombiano.

Fuori dall’Italia, dove non regna il conformismo di sinistra, a pensarla come Isotta sono in parecchi. All’autore di Cent’anni di solitudine, nel continente latinoamericano non si perdona soprattutto la vicinanza fraterna ai regimi dittatoriali come quello cubano. «Speriamo  che Fidel Castro e Gabriel Garcia Márquez siano presto riuniti», ha twittato il leader degli esuli cubani Tony Hernandez. «Mentre il mondo commemora un grande della letteratura, io rammento un Comunista che ha difeso gli indifendibili abusi di Castro». Ancora più impietoso Israel Abreu, esule cubano che nelle carceri dell’Avana ha soggiornato a lungo: «Molti scrivono che tutta l’America latina è triste per la morte di Marquez, ma non è vero. Con la sua fama la scrittore colombiano ha contrabbandato come un governo umanitario una tirannia che ha imprigionato centinaia di migliaia di dissidenti e trucidato migliaia di persone. Non posso accettare che si cancelli di punto in bianco la sua accondiscendenza nei confronti di una tirannia spietata». In vita non è mai stato tenero con Márquez lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, che aveva definito il collega colombiano «un cortigiano di Castro» accusandolo in particolar modo di avere chiuso gli occhi davanti agli abusi del regime cubano contro i dissidenti. Lo stesso Vargas Llosa, per definire Márquez aveva citato un altro gigante della letteratura, Albert Camus. «Appena iniziano a occuparsi di politica, gli intellettuali diventano stupidi».