Torna nel Pd la guerra per bande. Sulla legge elettorale ne vedremo delle belle

E ora Renzi si fa due conti sull’Italicum. Ne dà notizia Repubblica ma ne avevamo già scritto su queste stesse colonne qualche giorno fa. Non ci voleva la zingara. È fin troppo evidente che se, come indicano i sondaggi, Forza Italia retrocederà a terzo partito nazionale dietro Pd e M5S, il sistema elettorale messo a punto dal premier e Berlusconi a suggello dell’incontro del Nazareno del gennaio scorso rischia di portare Grillo a Palazzo Chigi tra due ali di folla plaudente. Se a decidere la posta del prossimo governo sarà un ballottaggio tra Pd e Cinquestelle con l’elettorato forzista a far da arbitro, nessun esito può essere escluso in partenza, neppure quello di trovarci con Grillo premier.

Si chiama eterogenesi dei fini o, più volgarmente, conti senza l’oste. Un fenomeno che in politica si abbatte solitamente su chi si affida a schemi astratti e contingenti ignorando la realtà e la spinta dinamica sottesa alle tendenze collettive. Renzi e Berlusconi hanno ragionato sul rafforzamento ope legis del bipolarismo quando da circa un anno i poli erano ormai tre. Ora ne valutano gli effetti e cominciano a realizzare di aver sorprendentemente lavorato per il re di Prussia. Il loro selfie scattato a coronamento dell’intesa raggiunta nella sede del Pd rischia in realtà di trasformarsi una foto già ingiallita dai mutati sentimenti nell’opinione pubblica e dall’eclissi (parziale?) della leadership del Cavaliere, salvo ovviamente conferma da parte delle elezioni del prossimo maggio.

Ma il problema è qui ed ora, tanto più che i mutati rapporti di forza tra i partiti potrebbero indurre il Cavaliere ad optare per il Consultellum – la legge elettorale ritagliata dalla sentenza della Consulta e tuttora vigente – per risultare indispensabile in qualsiasi combinazione di governo senza grillini. Il premier ha dunque bisogno adesso di una exit strategy sulle riforme se vuole evitare che una correzione di rotta imposta dal verdetto popolare del prossimo maggio possa essere interpretata come una fuga dalla realtà o attirare il sospetto di coltivare scopi asserviti unicamente ad interessi personali o di bottega. In poche parole, Renzi deve giocare d’anticipo ed aprire un dialogo sulla legge elettorale smettendo di spacciarla come un totem inviolabile. Diversamente, rischierà. I suoi continui strappi e la tattica degli aut aut ricalca schemi padronali assolutamente sconosciuti ad un partito avvezzo a cannibalizzare i propri leader. Senza elementi di vero confronto, sarà un gioco da ragazzi per i marpioni della vecchia guardia interna illuminare di luce sinistra l’attivismo a prescindere del premier. Da lì a strumentalizzare poi gli effetti indesiderati dell’Italicum il passo è assai breve.

Fin qui Renzi ha dovuto guardarsi da un atteggiamento di gommosa resistenza adottata dal vecchio establishment del Pd, diffusosi in queste ore anche tra i delusi dalla composizione delle liste elettorali. Ma nulla può escludere che di fronte ad un’avanzata elettorale dei Cinquestelle  e quindi di fronte ad una prospettiva di ballottaggio con Grillo, i comportamenti si facciano più aggressivi fino a mettere in discussione l’esito delle primarie. Il tema della legge elettorale è centrale negli assetti interni. Come Berlusconi, Renzi vuole conservare il meccanismo delle liste bloccate grazie al quale sarà lui a nominare i deputati. Esattamente il motivo per cui una parte non trascurabile dei gruppi parlamentari vuole invece modificarlo. È uno scontro di potere quello in corso al Nazareno, ancorché asimmetrico: Renzi non intende fare sconti e vuole per sé l’intera posta. L’opposizione interna si accontenterebbe invece di tenerlo “prigioniero” a Palazzo Chigi ma lontano dai fatti della “ditta”. Un motivo in più per non sottovalutarla.