«Tiferò Brasile ai Mondiali». Un’altra cartolina infame di Cesare Battisti

Disgustoso e squallido Cesare Battisti. L’ex terrorista, condannato in contumacia all’ergastolo per aver commesso quattro omicidi durante gli anni di piombo, ci manda un’altra cartolina infame dal Paese che gli ha concesso l’asilo politico, lo fa scorrazzare per le spiagge e tenere conferenze pagate dallo Stato: «Tiferò per il Brasile e non per il mio ex Paese» ai Mondiali di

Calcio del giugno prossimo, ha dichiarato il pluriomcicida durante un’intervista alla tv brasiliana Globo News. Un altro sfregio gratuito e arrogante che manda all’Italia, facendo bruciare ancor più la “ferita” della sua mancata estradizione dal Brasile, che non è soltanto di una sconfitta diplomatica, ma il certificato simbolico della debolezza di un Paese che non crede fino in fondo nella sua storia, nei suoi valori, nelle sue vittime innocenti. Avevamo avuto vari “assaggi” del cinismo senza limiti di Battista, che gironzola per il Brasile con tanto di documento ufficiale, che sfila al Carnevale di Rio, come accaduto nel 2012, coccolato e protetto da un ignobile “soccorso rosso” internazionale e non, che tiene conferenze, scrive libri noir, circondato da un alone “leggendario” di rifugiato politico. Il suo arresto, già nel ’94 aveva sollevato una mobilitazione di intellettuali e politici, un dibattito falso e ridicolo, nessuno che sapesse niente dell’Italia e di cosa era stato il terrorismo, se un giornale come l’Humanité arrivò a scrivere che Battisti era stato condannato da un tribunale militare senza diritto alla difesa…

Battisti per i suoi trascorsi nei Pac – Proletari armati per il comunismo – è riuscito a costruirsi un’aura di condannato politico, benché i suoi reati si possano a pieno titolo ascrive alla categoria della più feroce criminalità comune. Per questo gode delle simpatie di intellettuali e politici di sinistra di diversi Paesi, e fra questi, inutile dirlo, si annoverano anche i ministri della Giustizia brasiliana, diventati di fatto i suoi primi paladini nella battaglia per eludere le condanne italiane. Nel 2009 il ministro della Giustizia brasiliana, Tarso Genro, gli concesse lo status di “rifugiato politico” e nel nome di una internazionale comunista il ministro aveva sostenuto «che le leggi eccezionali italiane contro il terrorismo rosso degli anni ’70 sono paragonabili al carcere di Guantanamo, una sospensione dello Stato di diritto americano». Il perseverare nelle tv locali con il suo atteggiamento cinico e narcisista aggiunge rabbia a rabbia pensando ai parenti delle vittime, alle quattro persone che uccise e a quella che rimase paralizzata per sempre, il figlio di Torregiani, Alberto, che dal 16 febbraio 1979 vive su una sedia a rotelle. Il suo dolore e la sua rabbia l’abbiamo da poco riviste sul suo volto al Congresso di Fiuggi di Fratelli d’Italia.