Girolamo Minervini, il giudice-eroe ucciso dalle Br che votava Pci ma ammirava Almirante

Quello di Barbara è un romanzo, quella di Ambra, invece, è storia vera. Quella di Ambra è la vita vissuta faticosamente, nel dolore che non si placa, da una famiglia – madre, figlio e figlia – alla quale hanno strappato il papà nel modo più crudele: ammazzato a colpi di pistola, fra la gente, mentre se ne andava in autobus in ufficio, al suo primo giorno di lavoro come capo del Dap, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Barbara è Barbara Balzerani, brigatista, 25 anni di carcere scontati, condannata a sei ergastoli per i molti delitti compiuti, dal sequestro Moro a quello del generale della Nato James Lee Dozier fino all’omicidio di Girolamo Minervini assassinato dalle Brigate Rosse a Roma, il 18 marzo 1980.
Ambra, invece, di cognome fa Minervini. E’ la figlia di quel magistrato che andò incontro ai suoi assassini, quel 18 marzo di 34 anni fa, in piena consapevolezza. Era su quell’autobus perché nonostante il questore di Roma, Augusto Isgrò gli avesse imposto la scorta, lui rifiutò. Non intendeva far ammazzare tre o quattro poveri ragazzi, spiegò due giorni prima di morire, assassinato dalle Br, al figlio, Mauro. E aggiunse: «In guerra un Generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore». Era il 16 marzo 1980.
Due giorni dopo, due brigatisti, Francesco Piccioni e Sandro Padula, salirono con lui sull’autobus che lo stava portando al lavoro – 24 ore prima l’allora presidente del Consiglio, Francesco Cossiga gli aveva comunicato la sua nomina a Direttore del Dap – e gli spararono facendosi poi largo fra i viaggiatori. C’erano molti testimoni quella mattina su quell’autobus. Ma uno solo accettò di parlare. E di raccontare come andarono le cose.  Fu grazie a lui che, alla fine, gli investigatori riuscirono a ricostruire nomi e volti degli assassini e di chi partecipò all’organizzazione di quell’omicidio firmato Br. E si arrivò anche al nome di Barbara Balzerani.
Oggi la Balzerani, dopo aver scontato 25 anni di carcere, è una donna libera. Non si è mai pentita né dissociata. Dal carcere rivendicò anche l’assassinio del sindaco di Firenze, Lando Conti. Come molti brigatisti coccolati, non si capisce perché, da una certa sinistra radical chic che vede in loro dei geni della letteratura, anche Barbara Balzerani, come tanti altri compagni di lotta, ha scelto di fare, nella sua seconda vita – la prima l’ha spesa a fare l’omicida – la scrittrice.
Cinque i titoli dei romanzi pubblicati. L’ultimo si chiama “Lascia che il mare entri”. Vito Nicola Ottombrini, sindaco di centrosinistra del paese di Ruvo di Puglia, 25.000 abitanti, in provincia di Bari, ha sentito la necessità di patrocinare il libro dell’ex-brigatista inserendo la presentazione del romanzo nella manifestazione “Primavera Rubastina 2014“. Non lo ha sfiorato minimamente il dubbio che sia di pessimo gusto celebrare il romanzo di una brigatista a Ruvo di Puglia dove una strada e l’aula di una scuola sono intestate a Rosario Berardi, il maresciallo Medaglia d’Oro al Merito Civile assassinato proprio dalle Br il 10 marzo 1978 a Torino e originario proprio di Ruvo di Puglia.
Così Ambra Minervini ha preso carta e penna e ha scritto, non un romanzo, ma una lettera che sanguina vita vera, drammaticamente vissuta. La vita di una figlia alla quale le Br hanno strappato il padre. Ambra Minervini ha scritto una lettera all’amministrazione del Comune di Ruvo di Puglia per chiedere la revoca del Patrocinio alla presentazione del libro della Balzerani. «E’ innegabile che, avendo scontato la pena, anche la Balzerani abbia ora il diritto di rientrare nella società e vivere la sua bella vita – scrive Ambra Minervini – ma è un’assassina, e rimarrà sempre un’assassina. Allo stesso modo, mio Padre, che la sua bella vita non ha potuto viverla, e mia Madre, che da quel maledetto giorno è come se fosse morta anche lei, sono le sue vittime, e rimangono e rimarranno sempre vittime».
Il Secolo d’Italia che, ai romanzi dei brigatisti, preferisce le parole delle loro vittime, ha deciso di dare spazio al ricordo, asciutto e dignitoso, che il fratello di Ambra, Mauro Minervini, fece del padre Girolamo alcuni anni fa. Lo pubblichiamo integralmente qui di seguito. Ci sembra un bel modo per ricordare, nelle parole del figlio, un magistrato, un eroe come Girolamo Minervini, che andò incontro ai suoi assassini con grande senso dello Stato e del dovere. Consapevole che stava per morire.
«”Fare la mia parte senza aspettare che gli altri facciano prima  altrettanto è forse il più grande insegnamento che mi abbia impartito  Girolamo Minervini “; sono queste parole che hanno indotto  il Giudice Cicala ad insistere perchè scrivessi una breve nota su mio Padre. Ed io, che a volte amo farmi pregare come Lui, ho ritenuto giusto accontentare chi, in fin dei conti, tanto gentilmente insiste per farmi cosa gradita. Girolamo Minervini, nato nel 1919, entrato in Magistratura nel 1943, ucciso dalle BR il 18 Marzo 1980. Uomo del tutto particolare,  schivo, modesto e nello stesso tempo consapevole delle proprie capacità. Uomo di sinistra e progressista vero, incapace di  arrogarsi  privilegi  e predicare, nel contempo, libertà ed uguaglianza. Stretto collaboratore del  Togliatti Guardasigilli  si era pian piano allontanato dal PCI, rimanendo nei fatti  svincolato da qualsiasi partito; era molto schivo e restio a far politica a parole , anzi a fare in genere parole inutili. Sia chiaro, non che fosse un musone taciturno, tutt’altro; era un pragmatico che amava teorizzare – e Dio sa quanto ne fosse capace – solo in vista ed in funzione di risultati pratici. Era capace di parlare bene e a lungo, ma se riteneva servisse a qualcosa. Il Suo senso dello Stato e del dovere nei confronti della Comunità erano  profondissimi; l’impegno politico, quale ricerca del bene della polis , bene culturale irrinunciabile:  Dopo il turbolento periodo della controccupazione della facoltà di Giurisprudenza della “Sapienza” di Roma, rallentai per un breve periodo il mio vivace e, ora me ne rendo meglio conto, fisicamente pericoloso impegno politico di destra. Solo qualche anno fà mia madre mi ha narrato quanto Lui ne fosse rammaricato, temendo che intendessi disimpegnarmi da un interesse che mi aveva insegnato, con l’esempio, essere primario e qualificante. Del resto, non nascondeva  una profonda ammirazione intellettuale per Giorgio Almirante; con grande scandalo dei  manichei, alla cui schiera l’onestà intellettuale gli ha sempre impedito di appartenere. Con la religione aveva un rapporto stranissimo;  raramente ho conosciuto un uomo capace di una così profonda, continua e spontanea coerenza con lo spirito essenziale del Cristo e nello stesso tempo così concettualmente laico; credo di non averlo mai visto imbarazzato e fuori posto come quando lo “costrinsi” a fare il padrino di mia figlia. Dotato di un humour  vivacissimo amava scherzare,  “sfottere” ed “essere sfottuto”. I suoi  vecchi amici, e lui stesso, mi raccontavano di scherzi  da antologia. Delle tante ragazzate che, fortunatamente, ho avuto modo di fare non mi ha mai rimproverato che per dovere parentale . Era una di quelle persone abbastanza serie da non aver bisogno di prendersi sul serio piu’ del minimo indispensabile. Era drasticamente interdetto a chiunque, salvo che alla piccolissima nipote a puro titolo di sfottò, chiamarlo Eccellenza; “giudice”, diceva, è un termine che identifica una funzione di  così  grande rilevanza da non essere sostituibile. Del proprio ruolo era fierissimo; credo che tra i pochi veri dispiaceri  che gli ho inflitto il piu’ grande sia stato quello di essermi ritirato dal concorso in Magistratura . Però fu contento quando si accorse che in Banca, appena entrato, guadagnavo quasi quanto Lui, che portava (in teoria) l’ermellino. In famiglia, lo vedevamo poco.  Aveva smesso da anni, per mancanza di tempo,  di venire a caccia con me; usciva poco con mia madre, non aveva tempo per gli amici e -tanto meno- per i “salotti”, che aborriva. Riusciva a trovare qualche minuto per la nipote e per l’anzianissimo padre, entrambi adorati.  Il suo impegno quotidiano, o meglio i suoi numerosi contemporanei impegni, lo  tenevano fuori casa 15 o 16 ore al giorno. In compenso, non gli rendevano una lira. Quando morì aveva una bella casa – di cooperativa, col mutuo ancora da pagare per  un paio di lustri- un milione in banca ed una Wolksvagen degna di uno studente fuori corso. Ed un patrimonio, dentro, che spero di aver ereditato seppure in minima parte. Il 16 marzo 1980, di ritorno da Brescia, ove era stato per il trigesimo della morte di mio Nonno, mi venne a trovare. Meglio, venne a trovare, nell’ordine, la nipote Sara e me. Mi confermò che ormai la nomina a Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena era certa e che,in tal caso, lo era quasi altrettanto l’esecuzione della sentenza di morte da parte delle br. Mi illustrò ove fosse la polizza assicurativa e quali fossero le provvidenze per mia Madre, alla quale mi chiese di stare vicino . Per l’ultima volta discutemmo della questione. Con toni molto pacati e tranquilli mi chiarì che “in guerra un Generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore” e che in fin dei conti non era lui tipo da  morire d’influenza. Mi precisò che il carissimo Augusto Isgrò -Questore di Roma- aveva fortemente insistito per la scorta, ma che non intendeva far ammazzare tre o quattro poveri ragazzi. Poi, con un’incoerenza che ancora mi commuove, mi disse di essere preoccupato, dato il momento, per i rischi connessi al mio impegno  sindacale in Cisal. A mia moglie diede affettuosamente sulla voce quando saltò fuori un cenno alla pena capitale. Credo di averlo mandato a quel paese. Lo rividi il giorno successivo, a pranzo. La sera mi comunicò che il Presidente del Consiglio, Cossiga, gli aveva definitivamente confermato la nomina a Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. La mattina del 18 marzo,  in autobus e senza scorta, andò a fare la sua parte, senza chiedersi se l’avessero fatta anche gli altri. Sul volto, da morto, aveva l’espressione serena di sempre».