Sessant’anni fa Guareschi finiva in cella: un libro ricostruisce la spy story che lo oppose a De Gasperi

Giusto sessant’anni fa, nel maggio del 1954, lo scrittore e giornalista Giovannino Guareschi entrava nel carcere di Parma dove sarebbe rimasto 409 giorni sotto la più stretta sirveglianza. Si chiudeva così un caso giornalistico o meglio una vera e propria spy story che aveva opposto il direttore del settimanale “Candido” all’allora premier Alcide De Gasperi. Giovannino Guareschi aveva infatti pubblicato sul suo giornale due lettere, datate gennaio 1944 e firmate da Alcide De Gasperi, in cui si esortavano gli angloamericani a bombardare Roma, affinché il popolo insorgesse insieme ai “nostri gruppi Patrioti”. La polemica che ne scaturì, condotta sulle colonne di quotidiani e settimanali dell’epoca, si rivelò furibonda. C’era una sola domanda a cui nessuno sembrava rispondere in maniera convincente: De Gasperi le aveva davvero scritte, quelle lettere? A decidere, nell’aprile del 1954, fu il tribunale di Milano. La sentenza, pur rinunciando alla perizia grafologica, sancì la falsità delle missive e Guareschi fu condannato a un anno di reclusione. Rinunciò a ricorrere in appello e varcò le porte del carcere: sopporterà con fierezza la pena, ma ne uscirà indelebilmente segnato. La vicenda scosse in maniera profonda anche De Gasperi, costretto a difendersi di fronte all’opinione pubblica da un’accusa così infamante. Grazie alla scrupolosa analisi di una vasta documentazione inedita (conservata negli archivi di Alcide De Gasperi, di Giovannino Guareschi e di Giorgio Pisanò) Mimmo Franzinelli ricostruisce ora tutta quell’intricata vicenda nel suo libro Bombardate Roma!  (Mondadori, pp. 304, euro 20) dimostrando l’esistenza di un “livello segreto” che ideò e fece costruire gli apocrifi sfruttando anche il ruolo dell’ex sottotenente della Guardia nazionale repubblicana Enrico De Toma, che assicurava di avere anche messo le mani sul famoso carteggio Churchill-Mussolini, poi rivelatosi non autentico. Attorno a De Toma si muoveva una rete di personaggi ambigui legati ai servizi dell’epoca che manovravano nell’ombra per screditare De Gasperi e destabilizzare la formula del centrismo, che aveva esaurito la sua spinta con le feroci polemiche seguite alla cosiddetta “legge truffa”.

Anche Guareschi fu una vittima di queste manovre: lo scrittore si lamentò del fatto che gli venne negata in tribunale l’ammissione della perizia calligrafica chiesta dalla difesa (perizia che venne invece eseguita nel 1956 nel corso del processo in contumacia contro De Toma, assolto dall’accusa di truffa per insufficienza di prove). “Per rimanere liberi – disse Guareschi il giorno prima del suo ingresso nel carcere San Francesco di Parma – bisogna a un bel momento prendere senza esitare la via della prigione”. Si presentò in cella con la stessa sacca che avevano accompagnao i suoi giorni di internato nei campi tedeschi dopo l’8 settembre 1943. “Scrittore di fama mondiale – ha scritto Diego Gabutti a proposito del caso Guareschi-De Gasperi – l’Italia lo ricompensò con la galera, trattandolo da delinquente, come faceva l’Urss con i suoi intellettuali…”.