Senato, accordo vicino. Il premier cerca la quadra con i dissidenti: i nuovi senatori scelti dai Consigli regionali

«Non mi impicco per una settimana di differenza», ha detto Matteo Renzi facendo capire che il via libera al nuovo Senato potrebbe slittare a dopo le europee purché si trovi un accordo al quale ha lavorato nel fine settimana in vista di mercoledì, quando i relatori Finocchiaro e Calderoli dovranno depositare il testo base della riforma. Ma i tempi potrebbero allungarsi al 5 maggio. Più che da Berlusconi (per il quale l’incontro con il premier è stato risolutivo), i problemi maggiori vengono dalla minoranza del Pd, anche se l’ala bersaniana sembra pronta ad abbandonare la proposta alternativa di Vannino Chiti sull’eleggibilità diretta. Proprio per trovare la quadra Renzi ha incontrato Anna Finocchiaro e il capogruppo al Senato Luigi Zanda confermando la mano tesa ai “dissidenti” manifestata durante l’intervista con l’Annunziata In mezz’ora: la linea di fondo è quella quella di affidare ai Consigli regionali la scelta dei rappresentanti delle Regioni nel nuovo Senato della autonomie. Ma, secondo quanto emerge al termine del vertice a Palazzo Chigi, il meccanismo non sarebbe ancora definito. Dovrebbe poi essere corretta anche la norma che assegna a ciascuna Regione una identica rappresentanza con un principio di proporzionalità. La moral suasion del capo dello Stato (e l’indiretta bocciatura della frettolosa agenda renziana) sembra aver convinto tutti ad abbassare i toni. «Berlusconi ha chiesto di cambiare alcune cose e credo sia del tutto legittimo che le riforme si facciano ascoltando Berlusconi, Grillo e anche la minoranza del Pd». Il punto di mediazione con il Cavaliere riguarda appunto il nodo dell’eleggibilità dei senatori. È su questo nodo che Renzi apre al compromesso, giudicato dall’alfaniano Gaetano Quagliariello una «cosa di buon senso». In pratica, quando si eleggono i Consigli regionali, alcuni consiglieri verranno designati come senatori e poi sarà il Consiglio a scegliere tra questi chi dovrà andare a Palazzo Madama. Ma la trattativa potrebbe spingersi oltre: nuovi senatori eletti dai cittadini insieme ai Consigli regionali ma in un listino a parte. Su questo punto anche la minoranza bersaniana sarebbe pronta a chiudere l’accordo. Tra le altre modifiche che vanno nella direzione del Nuovo Centrodestra anche la riduzione del numero dei senatori designati dal Colle, che nel progetto Boschi sono 21 (potrebbero scendere a 5 o 10)  e che il partito di Alfano vorrebbe abolire del tutto, e lo sfoltimento della rappresentanza dei sindaci, giudicata eccessiva. Perché il Senato non diventi un dopolavoro per i sindaci – ha spiegato il coordinatore del Nuovo Centrodestra, soddisfatto che ci si sta avvicinando alla proposta indicata dal suo partito. «La nostra mediazione tiene conto di due aspetti: il Senato deve essere cinghia di trasmissione tra Stato centrale ed enti locali ma deve anche avere un contatto con la sovranità popolare, visto che a Palazzo Madama si affida il compito di revisione della Costituzione». Con la nostra proposta – spiega – «i senatori saranno circa 160-170 e il nuovo Senato sarà nominato subito dai Consigli regionali e poi rinnovato insieme all’elezione di questi ultimi, ridotti in proporzione. L’elettore avrà una lista da cui scegliere i consiglieri regionali e un listino collegato con 3-4 nomi di candidati che possono aspirare al Senato». Realismo sui compensi, «i senatori non verranno a Roma a loro spese, ma avranno bisogno o di un’indennità o di un rimborso spese». Per Quagliariello, insomma, ci sono tutte le possibilità di un accordo in commissione, la minoranza si tranquillizzerà e anche Berlusconi abbasserà i toni, «basta mandarlo un po’ di più in televisione» ironizza l’ex ministro. A questo punto molto dipenderà dall’esito della prima riunione del correntone riformista del Pd che si terrà al teatro Eliseo: un passaggio atteso dai renziani per capire l’atteggiamento che bersaniani, lettiani e dalemiani terranno sulle riforme.