Scontro all’arma bianca contro il Quirinale: il percorso delle riforme diventa tortuoso

Silvio Berlusconi ormai è passato allo scontro all’arma bianca contro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. I motivi sono più d’uno: il primo è recuperare visibilità e consenso in vista di difficili elezioni europee, il secondo è vendicarsi per essere stato disarcionato da Palazzo Chigi e il terzo è una reazione alla mancata concessione della grazia.

I toni usati e la violenza verbale con cui persevera contro il capo dello Stato fanno capire che Berlusconi ha deciso ormai di bruciare i vascelli alle spalle rispetto al Quirinale, confidando anche sul fatto che Napolitano tra una manciata di mesi potrebbe lasciare il colle più alto della politica italiana.

Questa scelta berlusconiana non potrà non avere ricadute sull’attività parlamentare e soprattutto sull’iter delle riforme. Intanto va detto che la legge elettorale è impaludata e quella del Senato è quanto meno sospesa fino a dopo le europee. È comunque evidente che se Forza Italia è in così forte contrasto con il presidente della Repubblica tutto diventa più difficile.

Il Cavaliere imputa a Napolitano un presunto “golpe” prima utilizzando Fini per sfiduciarlo in Parlamento e poi mettendo Monti al suo posto, come a suo dire emergerebbe dall’intervista del bocconiano riportata nel libro di Friedman.

Al di là dei toni dello scontro è certo che col tempo si capirà meglio che cosa è accaduto nella stagione in cui Berlusconi fu costretto a mollare. Oggi è facile puntare il dito contro Napolitano – che comunque più volte ha fatto registrare qualche esondazione rispetto al suo ruolo -, ma è più probabile che la vera spinta per la cacciata di Berlusconi sia venuta dall’estero e che il Quirinale altro non poté fare che prenderne atto secondo le procedure previste dalla Costituzione. La spinta politica estera e dei mercati, infatti, creò un clima che fece venir meno la maggioranza in Parlamento, anche se questo – come sostiene Berlusconi – potrebbe essere stata la conseguenza di un lavorìo al quale il Colle non si sarebbe sottratto.

A questi fatti oggettivi si aggiunge anche una differenza antropologica tra i due contendenti di questo pesante scontro istituzionale ed una sostanziale incomunicabilità che in passato veniva temperata da Gianni Letta, Fini e Casini e che adesso non trova più mediatori capaci di frenare il declino del rapporto.

Il rischio è che a colpi di piccone si crei un corto circuito istituzionale che porta le riforme in una palude, con l’Italia che torna ad essere osservata speciale in Europa.