Quei 29 aprile di sangue a Milano: gli agguati mortali a Ramelli e Pedenovi

Negli anni Settanta in Italia era la chiave inglese che faceva politica contro i fascisti: a Roma, a Milano, ma non solo. Le gigantesche Hazet 36 venivano utilizzate dagli extraparlamentari di sinistra che le portavano sempre con loro come simbolo di antifascismo militante. E fu con quelle che quel 13 marzo 1975 il servizio d’ordine di Avanguardia Operaia del collettivo di Medicina massacrò sotto casa sua Sergio Ramelli, diciottenne milanese la cui unica colpa era quella di simpatizzare per il Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. Non era assolutamente un violento, Sergio, frequentava l’istituto Molinari, e tutte le testimonianze dei missini milanesi di allora lo ricordano come un giovane mite, allegro, di buon carattere. Sergio rimase 47 giorni in coma, dal quale passò alla morte il 29 aprile. E quando qualcuno annunciò la morte di questo ragazzo in consiglio comunale, i consiglieri di maggioranza, dell'”arco costituzionale”, si diceva allora, esplosero in un applauso. La polizia vietò ogni tipo di manifestazione di cordoglio, ogni corteo, ogni deposizione di fiori. Coloro che commemoravano Ramelli, anche negli anni successivi, furono caricati dalla Celere. Ma allora era così: gli esponenti istituzionali non andavano ai funerali dei ragazzi missini assassinati, non mandavano corone, e sovente neanche un telegramma: la loro funzione pubblica glielo impediva, giacché c’erano ministri dell’Interno che ripetevano che la violenza «viene sempre da destra» – mentre le Brigate Rosse uccidevano e gambizzavano – e mentre c’erano fior di magistrati che si davano da fare per mettere fuorilegge un partito votato da milioni di italiani. Non ci sono mai riusciti. Anche su questo delitto cadde la cortina del silenzio, come su tutti quelli che avevano come vittime giovani della parte sbagliata. Nel febbraio precedente era stato assassinato da esponenti di Potere Operaio a colpi di pistola il giovane fascista greco Mikis Mantakas, a Roma, che era andato ad assistere al processo per la strage dei fratelli Mattei, Stefano e Virgilio, bruciati vivi a Primavalle da altre tre assassini di Potere Operaio, Lollo, Clavo e Grillo, oggi tutti e tre all’estero e liberi. Ramelli, pochi mesi prima, aveva lamentato in un tema la mancanza di “Pietas” istituzionale nei confronti dei due missini Mazzola e Girlaucci, assassinati a Padova l’anno precedente dalle Brigate Rosse. Questo tema fu probabilmente la sua condanna a morte, infatti fu esibito come “prova” in uno degli innumerevoli “processi popolari” di stile gappista che gli fecero a scuola. Per individuare gli assassini di Ramelli bisognerà attendere dieci anni, anni durante i quali ebbero il tempo di commettere altri gravi reati. Nel 1987 saranno condannati a miti pene, tra gli 11 e i 15 anni, pochi, per un crimine così feroce. Ma allora le “avanguardie rivoluzionarie” facevano antifascismo in questo modo, e quel che è peggio era che godevano, se non di aperto consenso, tuttavia di una certa tolleranza compiaciuta da parte dei cosiddetti “intellettuali” radical.chic, che spesso si trovavano a sinistra per convenienza e per aprirsi carriere redditizie. Che la violenza invece venisse solo da sinistra è dimostrato dal fatto che esattamente un anno dopo, malgrado il tentativo dei missini di abbassare il livello di odio politico, il consigliere provinciale missino Enrico Pedenovi, che stava andando proprio alla commemorazione per Ramelli, fu assassinato con cinque colpi di pistola. Pedenovi, avvocato, ex Repubblica Sociale, aveva 49 anni, una moglie e due figli. Ed era esattamente l’opposto dell’icona fascista così come i comunisti l’hanno sempre rappresentata. Il nome di Pedenovi compariva, insieme con migliaia di altri, nell’opuscolo di Lotta Continua “Basta con i fascisti!”, in cui oltre ai nominativi, erano schedati gli indirizzi, i mezzi di trasporto, i numeri telefonici, le abitudini dei fascisti o presunti tali. Delle vere e proprie liste di proscrizione. Questo assassinio, in quel giorno, era un chiaro segnale della sinistra per dire che loro la democrazia non l’avrebbero mai applicata e che la lotta contro i fascisti continuava a essere senza quartiere: bambini, adolescenti, ragazzi, uomini inermi cadevano sotto i colpi di quello che Almirante chiamò l’odio cieco dei comunisti. Guerra a oltranza, dicevano le sinistre, ma soprattutto nessun pentimento. In quegli anni  a Milano – come a Roma – si contarono migliaia tra bombe, attentati, aggressioni, devastazioni contro obiettivi missini. Sembrava non dovesse mai finire. Pochi mesi fa è venuta a mancare la mamma di Sergio Ramelli, Anita, che visse sempre nella casa dove abitava col marito e i figli. Il padre, Mario, era già morto di infarto tanti anni fa. Il primo infarto lo ebbe dopo la fine di Sergio, e fino a quel momento non aveva mai sofferto di cuore. Il destino di Sergio Ramelli ha profondamente colpito la comunità missina, quegli “esuli in patria”, che per decenni hanno subìto di tutto ma che non si sono mai arresi. A Sergio sono state dedicate poesie e canzoni dagli interpreti di quella che si definiva “musica alternativa”, dagli Zpm ai Civico 88, da Skoll a Roberto Scocco, da Giulio Lorani ai Ddt, ad altri. A lui è stata dedicata qualche strada e qualche giardino, e la sua comunità ogni anno lo ricorda, insieme a Enrico Pedenovi.