Parma, l’assessore cambia la storia sul massacro staliniano di Katyn

Il Consiglio Comunale all’unanimità nel 2010 aveva deciso per “Vittime di Katyn” ma sui cartelli stradali della nuova via di Parma è apparso solo “Caduti di Katyn”. Un cambio di denominazione clamoroso e inspiegabile che è un affronto alla storia e alla verità per quel terribile massacro avvenuto nella foresta di Katyn, nella contea di Smolensk, dove, durante la seconda guerra mondiale, l’Armata Rossa sterminò, fucilandoli, 22.000 ufficiali e civili polacchi addossandone poi la colpa ai tedeschi.
La vicenda dell’incredibile e inaspettato cambio toponomastico che mistifica la verità storica oggi ha fatto andare giustamente su tutte le furie l’ambasciatore italiano di Polonia e il consigliere comunale parmigiano dell’Udc, Giuseppe Pellacini.
Una «modifica (voluta dalla Commissione presieduta dall’assessore alla cultura Laura Ferraris) che falsa la stessa verità storica di quanto accaduto, offendendo non solo chi ne fu vittima, ma la stessa nazione polacca», ha sottolineato oggi con grande amarezza lo stesso Pellacini forte della missiva sdegnata inviata dal rappresentante italiano del governo polacco Wojciech Ponikiewski.
«Parlando dell’eccidio di Katyn, nella lingua polacca viene utilizzato esclusivamente il termine vittime, mai caduti – scrive l’ambasciatore nella lettera inviata al consigliere comunale dell’Udc – Cambiare la denominazione in questo caso significa dare un altro senso alla verità storica».
Della questione si occuperà martedì il consiglio comunale di Parma dove Pellacini porterà la richiesta del ripristino della intitolazione originaria.
L’eccidio di Katyn fu uno dei più efferati stermini compiuti da Stalin e pianificato accuratamente secondo una logica ben precisa nella prospettiva – questo era ciò che si era dato come obiettivo Stalin – di indebolire la Polonia. Nei piani di Stalin il massacro doveva servire ad eliminare una buona parte della classe dirigente nazionale. Poiché il sistema di coscrizione polacco prevedeva che ogni laureato divenisse un ufficiale della riserva, le vittime furono scelte con questa logica. Così il 5 marzo del 1940 alcuni membri del Politburo, fra i quali Stalin e Lavrentij Beria, lo spietato capo della polizia segreta sovietica che aveva preparato personalmente l’informativa per Stalin, firmarono un ordine di esecuzione degli attivisti «nazionalisti e controrivoluzionari» detenuti nei campi e nelle prigioni delle parti occupate di Ucraina e Bielorussia.
Fu il segnale che si poteva iniziare la mattanza pianificata a tavolino. Ventiduemila prigionieri di guerra polacchi furono sterminati, fucilandoli in circa un mese e mezzo, fra aprile e maggio del 1940.
L’aberrazione sovietica non aveva lasciato nulla al caso. Le vittime vennero uccise con pistole Walter PPK fornite da Mosca. La scelta dell’arma tedesca aveva una ragione ben precisa: serviva ad attribuire successivamente, come poi effettivamente fu fatto, il massacro ai tedeschi.
La procedura delle esecuzioni, ben ricostruita in un recente film, era scientifica: la vittima veniva ammanettata e portata in una cella isolata. Dopo essere stata fatto entrare nella cella, veniva immediatamente uccisa con un colpo alla nuca. Il colpo di pistola veniva mascherato e il corpo veniva poi trasferito all’aperto, passando da una porta posteriore e veniva quindi caricato su uno dei sei camion appositamente predisposti per il trasporto. A questo punto toccava alla vittima seguente. Scomparvero così 22.000 polacchi, ammazzati e poi interrati in fosse comuni.
Solo nel ’43, tre anni esatti dopo il gigantesco massacro, i militari tedeschi, su indicazione degli abitanti del luogo, scoprirono le prime di quelle terribili fosse comuni: all’interno c’erano dodici strati di cadaveri, affastellati l’uno sull’altro, uccisi tutti con colpo di pistola alla nuca. Quello che era accaduto era chiarissimo, le analisi accertarono che le vittime erano state uccise nel 1940 quando quel territorio era sotto l’occupazione sovietica.
Stalin fece finta di indignarsi rifiutando le conclusioni. Il Partito Comunista italiano non fu da meno. Due dirigenti napoletani del Pci, Mario Alicata ed Eugenio Reale, condussero una tremenda campagna denigratoria contro Vincenzo Mario Palmieri, ordinario di Medicina legale e delle Assicurazioni all’Università di Napoli, che era stato cooptato fra i dodici esperti di altrettanti Paesi, che fecero parte della Commissione internazionale indipendente sotto il patrocinio della Croce Rossa Internazionale chiamata a esaminare i cadaveri. Il verdetto della Commissione fu unamime: erano stati i sovietici.
Anche al processo di Norimberga si tentò, vanamente, di occultare la verità e di accusare i soldati tedeschi del massacro. Il depistaggio proseguì per anni e anni. Fino a quando, nel 1989, 49 anni dopo il massacro, alcuni studiosi sovietici rivelarono al mondo la verità: era stato Stalin a pianificare il massacro. Nel 1990 Michail Gorbaciov porse le scuse ufficiali del suo paese alla Polonia, confermando che la NKVD, il Commissariato del popolo per gli affari interni, aveva giustiziato i prigionieri e rivelando l’esistenza di altri due luoghi di sepoltura simili a quello di Katyń: Mednoje e Pyatikhatki.
Sembrava finita lì. Sembrava che i 22.000 morti assassinati da sovietici avessero avuto, finalmente, dopo tanti anni di depistaggi, giustizia. Invece oggi l’assessore alla Cultura del Comune di Parma cerca di riscrivere, nuovamente e senza vergogna la Storia.