Obama in difficoltà: la crisi ucraina favorisce l’interventismo di Putin

La crisi ucraina e lo stallo nei rapporti con Mosca stanno sconvolgendo la mappa mondiale attorno alla quale Barack Obama ha plasmato la sua dottrina di politica estera, incentrata sul dialogo e il multilateralismo. Questa vicenda sta facendo aumentare la pressione sulla Casa Bianca, perché reagisca contro Mosca in modo più radicale. Inoltre, la tensione con Vladimir Putin rischia di mettere in crisi il rapporto di collaborazione tra Washington e Mosca su dossier molto importanti, come quello siriano e iraniano. Tanto che, secondo molti analisti, se con la Russia dovesse restare il gelo, Obama si troverebbe costretto a cercare una sponda nella Cina. Ma uno scenario di questo tipo renderebbe ancora più complicata la sfida degli Usa per l’egemonia sull’area del Pacifico. Non solo: lo scontro in atto sul futuro dell’Ucraina sta oscurando, agli occhi degli elettori americani, anche l’intenso programma di riforme economiche interne portato avanti da Obama, dall’aumento della paga minima ai milioni di soldi pubblici per rilanciare l’occupazione, fino all’Obamacare, la riforma sanitaria che dopo i problemi iniziali sta ottenendo un certo successo. Al contrario Putin sta consolidando la posizione di Mosca sullo scacchiere mondiale: sa benissimo che l’Europa non è in grado di dare fastidio in alcun modo alla Russia e quindi aumenta la pressione su Kiev, minacciando l’invasione dei territori russofoni a est, perché non si avvicini troppo alla Ue. Contemporaneamente oscura Obama e la sua politica del dialogo. Ne è conferma l’esito dell’accordo di Ginevra, firmato da Ue, Usa, Russia e Ucraina, che traballa pericolosamente dopo appena poche ore. Al momento di passare dalle parole ai fatti gli ostacoli al piano internazionale per far cessare le violenze si sono manifestati immediatamente. Gli insorti filorussi dell’autoproclamata “Repubblica di Donetsk”, che occupano edifici amministrativi in una decina di città dell’est e non si sentono vincolati all’intesa, non ne vogliono sapere di deporre le armi e sono tornati a chiedere, prima, le dimissioni del nuovo governo filo-occidentale di Kiev, per loro “illegittimo”. E Mosca, che soffia sul fuoco della protesta, ha ammesso di avere unità militari vicino al confine ucraino.
Sul fronte intanto l’esercito di Kiev ha attaccato un posto di blocco creato dagli insorti filorussi nei pressi del villaggio di Serghiivka, a 17 chilometri da Kramatorsk, e «diversi sostenitori della “Repubblica popolare di Donetsk” sono rimasti feriti» nello scontro a fuoco. Inoltre, uomini dei servizi segreti ucraini hanno ripreso il controllo della stazione di trasmissione tv di Kramatorsk-Sloviansk, occupata da filorussi armati che avevano bloccato i canali ucraini ripristinando la trasmissione nella zona delle tv russe oscurate. Secondo l’agenzia ussa Itar-Tass, però, anche i pro-Mosca avrebbero riportato una vittoria, impossessandosi di Seversk, un paese di 12.000 anime. Il ministro degli Esteri ucraino Andri Deshizia ha annunciato che la prossima settimana il governo adotterà «azioni più concrete» se i ribelli non sgombereranno gli edifici occupati, ma questi non danno ascolto agli ukaze di Kiev e insistono nel chiedere un referendum per definire lo status delle regioni di Donetsk e Lugansk, senza escludere l’annessione alla Russia. Mentre pretendono anche che i primi a consegnare le armi siano i “nemici” della trincea opposta: a partire dagli ultranazionalisti di “Pravi Sektor”, il gruppo paramilitare protagonista delle fasi più dure degli scontri di Maidan.