Nessuna fuga, Dell’Utri era registrato in albergo con il suo nome e il passaporto italiano

Si era tranquillamente registrato con il suo nome e cognome utilizzando serenamente il passaporto italiano. Esattamente come aveva fatto quando era partito in aereo per Beirut. Con il passare delle ore si definiscono meglio i contorni della vicenda di Marcello Dell’Utri arrestato a mezzanotte in Libano mentre dormiva tranquillamente nella sua stanza dell’albergo libanese Phoenicia a Beirut. E tutto sembra meno che una fuga quella dell’ex senatore azzurro.
Il viaggio era stato fatto alla luce del sole via Parigi in business class. E alla luce del sole il senatore si è poi registrato in hotel presentando alla concierge del Phoenicia il suo passaporto italiano e declinando le sue generalità.
In questo contesto riesce difficile parlare di una fuga o di una latitanza. Chi cerca di sfuggire alla giustizia e fugge non usa certo un volo di linea viaggiando con il proprio nome e il proprio passaporto nè si registra in uno dei migliori alberghi di Beirut con il proprio nome e cognome.
Peraltro, come fa notare l’avvocato di Dell’Utri, che non si possa parlare di fuga lo dice il fatto che il senatore era in Libano dove, dal 1970 esiste un accordo di estradizione con l’Italia.
Chi volesse sfuggire alla giustizia italiana ha un ampio ventaglio di possibilità nella scelta di Paesi che non riconoscono i trattati di estradizione con l’Italia. Basti pensare che Cesare Battisti, il pluriassassino condannato in contumacia all’ergastolo con sentenze passate in giudicato per aver commesso quattro omicidi durate gli anni di piombo vive tranquillamente in Brasile e non è mai stato estradato.
Stessa cosa vale per Alessio Casimirri, l’unico dei brigatisti che parteciparono al sequestro Moro ancora in libertà. Casimirri prese parte all’agguato di via Fani e bloccò le auto della scorta impedendogli di sfuggire al diluvio di piombo che sterminò gli agenti. E, sette mesi dopo, ammazzò il giudice Tartaglione. Fuggito in Nicaragua non è mai stato estradato. La lista dei latitanti di sinistra mai ripresi dall’Italia è lunga. E tutti hanno scelto luoghi dai quali, per una ragione o per l’altra, non potevano essere estradati.
Non così Dell’Utri che, peraltro, aveva fatto sapere di non essere fuggito ma di essere in cura. Peraltro quando è partito non era neanche ricercato né aveva il divieto di espatrio.
Assume insomma i contorni di un’operazione più mediatica che reale la cattura del senatore portata a termine con grande dispiegamento di mezzi. Addirittura per andare a prendere Dell’Utri che dormiva serenamente nel suo letto al Phoenicia sarebbe stata mobilitato lo speciale Dipartimento di intelligence della polizia libanese specializzato nella caccia ai terroristi.
Già lunedì potrebbe svolgersi l’udienza di convalida dell’arresto necessaria per avviare la pratica di estrazione in base all’accordo esistente tra Italia e Libano.
Estradizione già richiesta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
Come detto, non c’è voluta una complessa indagine per rintracciare il senatore: assieme al rappresentante della polizia italiana in Libano, gli agenti del dipartimento d’intelligence della polizia locale lo hanno rintracciato con facilità e in poco tempo da quando erano state messe in allarme da Roma poiché, come detto, secondo fonti libanesi vicine alla vicenda, Dell’Utri era ospitato al Phoenicia col suo vero nome e col passaporto italiano.
Agli inquirenti libanesi sarebbe bastato leggere le liste degli ospiti dei principali alberghi di Beirut per scorgere il nome di quello che, nel frattempo, era diventato il ricercato italiano più famoso.
Ha avuto buon gioco il suo ex-compagno di partito, Angelino Alfano ad annunciare, da ministro dell’Interno, che sarebbe stata chiesta l’estradizione rivelando anche che l’ex senatore si trovava in custodia in un posto di polizia libanese a Beirut, cioè la super fortificata sede della Direzione generale delle forze di sicurezza interne, in una delle aree di Beirut più popolate e a poche centinaia di metri dalla tristemente nota Linea Verde, che per 15 anni durante guerra civile ha diviso la città.
Qui, in questo mega-bunker, protetto da due ordini di barriere di cemento e da un rigido sistema di sorveglianza, dove ci sono gli uffici del Dipartimento di intelligence, mentre Dell’Utri attendeva che si decidesse il suo destino, si sono avvicendati i funzionari dell’ambasciata italiana accorsi per prestare l’assistenza consolare come sempre avviene in questi casi.
Nella caserma Dell’Utri potrebbe rimanere almeno fino a quando – forse già lunedì – si presenterà di fronte al giudice libanese per l’udienza di convalida dell’arresto. Prima della convalida non può esserci l’estradizione. Mentre martedì ci sarà il suo processo in Cassazione a Roma.
Nella ricostruzione del viaggio di Dell’Utri non c’è, comunque, alcun mistero. Il 24 del mese scorso era stato avvistato sul volo Parigi-Beirut in classe business, registrato con il suo passaporto italiano e con il suo nome e cognome. E da Beirut non si sarebbe più mosso tant’è che il 3 aprile la Dia aveva localizzato vicino alla capitale libanese «un’utenza mobile intestata a Marcello Dell’Utri».
Da quel momento Dell’Utri è stato “agganciato” dagli investigatori che non l’hanno più mollato. E quando si è iniziato a sostenere che lui era fuggito, ha fatto saper, tramite il suo legale, di trovarsi all’estero per effettuare «esami e controlli» medici dopo un recente intervento di angioplastica. Lo stesso fratello gemello, Alberto Dell’Utri, intervistato, aveva tranquillamente fatto sapere che l’ex-senatore si trovava in Libano almeno fino all’8 aprile. Ieri il blitz. Che, con il passare delle ore, appare più come una messinscena mediatica. «Dell’Utri viene trattato come un criminale senza avere una condanna definitiva», annota con amarezza Francesco Giro.