Nel caso Aldovrandi vietato schierarsi. A perdere è solo lo Stato

Forse non sarà elegante ma di certo non è sbagliato sostenere che il caso di Federico Aldovrandi – il diciottenne ferrarese morto nel settembre di cinque anni fa a seguito di un violento pestaggio da parte alcuni agenti di polizia per questo definitivamente condannati – ben si presta a fungere da specchio di un’Italia sbrindellata e caotica dove – per dirla con De Rita – “non comanda più nessuno” e dove il potere, inteso come esercizio di una funzione, è ormai surrogato dalla conoscenza di chi pro-tempore “comanda”. È impietosa l’analisi del fondatore del Censis, ma inconfutabile. Basta scorrere a memoria l’elenco delle maggiori istituzioni nazionali, politiche e non, e trovarne una esente da sospetti di collusioni e di parzialità. Il caso Aldovrandi sta lì a confermarlo e soprattutto sta a dimostrare che la tenuta di una nazione o di una comunità non si misura tanto dai grandi eventi della politica quanto dagli scricchiolii sinistri che quotidianamente ci consegna la cronaca.
E quando la cronaca informa che un sindacato di polizia (Sap) – polizia, non ferrovieri o paramedici – inveisce contro il proprio capo, il prefetto Pansa, invitandolo a dimettersi per incapacità, vuol dire che qualcosa di estremamente importante e delicato nel tessuto connettivo della società si è profondamente, se non irrimediabilmente, lacerato. E se si considera che poco prima era stato lo stesso Pansa a censurare severamente i poliziotti aderenti a quella sigla per l’applauso da essi tributato ai loro colleghi condannati e presenti al congresso del sindacato in corso a Rimini, si capisce fin troppo bene che il comparto sicurezza, elemento primario del contratto sociale, non può più essere attenzionato e curato con le stesse ricette del recente passato.
E sbaglia soprattutto la politica quando pensa di investire elettoralmente sullo sconcerto creato da quegli applausi. Vietato schierarsi, verrebbe da dire, perché qui non ci sono “rossi” e “neri” né guelfi e ghibellini. Nossignore. Qui c’è polizia contro polizia, uomini in divisa che si sentono delegittimati da una sentenza della magistratura e magistrati che si vedono contestati da forze dell’ordine, qui c’è Stato contro Stato. Che cos’altro bisogna attendere per rendersi veramente conto che la gravissima e devastante crisi di fiducia, irresponsabilmente dispensata negli ultimi anni contro tutto ciò che è politico, pubblico ed istituzionale, sta demolendo i principi basilari della civile convivenza? E davvero non è una buona risposta l’annunciato incontro di Pansa con la madre di Federico, così come non lo è la disponibilità del ministro Alfano a parteciparvi, perché lo Stato ha già reso giustizia ai familiari del giovane attraverso la sentenza. Quegli applausi – sconclusionati e censurabili – agli agenti condannati non volevano certo risuonare come turpe omaggio ad una tragica notte di follia, bensì come sfogo liberatorio di una rabbia a lungo covata per le più svariate motivazioni, ivi compreso un sentimento di frustrazione misto a stipendi di fame. Non capire questo, rischia davvero di portare l’Italia fuori strada, più e peggio di quanto non possa fare l’attuale, devastante crisi economica.