“Napolitano non è il mio presidente”: se lo dici puoi finire nei guai. Roba da preistoria

Tutti possono essere criticati, gettati nel tritacarne mediatico, sottoposti alle battutacce di presunti comici o di militanti della satira. Tutti possono essere etichettati in modo ironico, ci sono gli psiconani e i nani maledetti, gli impresentabili, gli smacchiatori di giaguari, l’Enrico-nipote e il mangiabambini, le illazioni sulle parlamentari e gli elenchi più o meno famosi dei ministri-gay che rifiutano di confessarlo. Tutti tranne uno, l’intoccabile, colui che non può essere sfiorato dalle critiche e dalle polemiche, perché parlarne senza inginocchiarsi è un reato, una bestemmia, si va direttamente all’inferno o dietro le sbarre. E quel Lui è il Capo dello Stato. Nel nuovo millennio delle “rivoluzioni” comportamentali e politiche, l’unico totem è Napolitano. Non c’è comunicato stampa di esponenti di partito che non inizi con la classica frase «Come giustamente ha detto il presidente della Repubblica» o «come saggiamente ci suggerisce il Capo dello Stato». Benissimo, il rispetto e la buona educazione sono il presupposto del vivere civile e del dialogo. Ma da qui a dire che non è possibile avanzare un piccolo appunto, ce ne corre. E quel reato di vilipendio, nel 2014, sa di bavaglio. Non a caso il popolo del web ha reagito in maniera imponente e più volte, sfidando la lex dura lex con l’arma dell’ironia e della battuta, dei link e delle locandine. La contrapposizione è partita dai giorni del ribatone che portò Monti al governo – con Napolitano considerato attore protagonista del colpo di mano – per poi continuare con altre vicende, dalla nascita del governo Letta a quella della santificazione di Renzi. Si moltiplicavano le immagini del Capo dello Stato con la scritta «Napolitano non è il mio presidente» e, alla vigilia del Capodanno, «Boicotta il discorso di Napolitano, spegni la tv». E in quest’ultima stagione sta accadendo pressapoco lo stesso. «Alcuni richiami dell’Europa e soprattutto quanto affermato dalla Corte costituzionale lo scorso 13 marzo in tema di diffamazione a mezzo stampa hanno evidenziato quanto sia sproporzionata la norma che prevede il carcere per i giornalisti. È al Senato in seconda lettura un disegno di legge che sana questa norma, prevedendo sanzioni amministrative invece di quelle penali, ma offre precise garanzie a tutela dei diffamati», ha detto Maurizio Gasparri A tal proposito, «ho presentato un disegno di legge che abroga l’articolo 278 del codice penale che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque, giornalista o no, offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica. Una disposizione anacronistica per due ragioni. La prima – aggiunge – è legata al momento storico in cui fu concepita, ben diverso da quello attuale. La seconda fa riferimento al diritto all’informazione e al diritto di critica, anche politica. Resto quindi dell’avviso che vada fatta una buona legge che riveda la normativa in materia di diffamazione, sulla base degli standard europei sulla libertà di espressione, ma che si debba anche rivedere il codice penale laddove non rispetta a pieno la libertà di manifestazione del pensiero sancita dall’articolo 21 della Costituzione. Il Capo dello Stato resta quindi tutelato dalle norme generali a garanzia della reputazione di tutti». Anche perché, in una democrazia, nessuno può dirsi intoccabile. L’uomo qualunque avrà pure il diritto di alzare il dito e dire: «Napolitano non mi rappresenta». E magari avere la libertà di spiegarlo. Pacatamente. Educatamente.