Mimmo, un “eretico” che ci ha insegnato l’ambizione e il valore del confronto

Nell’apprendere la morte di Domenico Mennitti, una sorta di film si è srotolato nella mia mente. Ho rivisto, nel breve volgere di pochi minuti, una storia che lo ha avuto protagonista e che ha interpretato con la sagacia e la gentilezza dell’uomo di cultura che amava la politica alla quale ha dato tanto, tutta la vita si può dire, ricevendo in cambio molto insieme con delusioni, tormenti, incomprensioni. È facile sostenere ora, davanti al deserto di idee e di progetti, che aveva ragione lui quando esortava il “suo” mondo di appartenenza, quella destra italiana ai cui progressi ha contribuito come pochi altri, ad essere ambiziosa almeno quanto era incline ad autocompiacersi della sua “alterità, della sua particolare “solitudine”, di quella specificità che la teneva lontano dal confronto con gli altri – non sempre per sua stessa volontà – quale segno distintivo nel sistema, ma contro il sistema.

Per quanto proveniente dalla militanza, Mennitti, sia da dirigente del MSI che come deputato, intellettuale, organizzatore instancabile di momenti di aggregazione culturale ed inventore di iniziative editoriali che avrebbe contribuito a modificare sostanzialmente la fisionomia della destra italiana, poteva considerarsi un “eretico” dal momento che immaginava la politica come un’esercizio continuo e costante alla ricerca del confronto, del dialogo, delle ragioni di un conflitto tra le parti  che poteva avere il suo sbocco in una vera e propria pacificazione fondata sulla tolleranza.

Era questo, del resto, il suo segno distintivo, mostrato con autorevolezza come parlamentare, deputato europeo, sindaco della sua Brindisi fino a quando il male che lo ha stroncato non gli impose di lasciare a metà il secondo mandato al quale lo avevano chiamato i cittadini che ben lo conoscevano e lo apprezzavano.

Adesso tutti lo piangono. A cominciare dagli avversari che ne ricordano le doti umane, l’intelligenza politica mai piegata a giochi meschini, ma sempre aperta alla soluzione dei problemi. Lo piangono soprattutto coloro che con lui, in maniera diversa, hanno collaborato, gli sono stati vicini o soltanto ne hanno apprezzato l’impegno e la dirittura morale. Tutti, da quando s’è diffusa la notizia della scomparsa, si sono come sentiti privati di una persona cara la cui bontà, per chi ben lo ha conosciuto, era una qualità che immediatamente balzava agli occhi predisponendo l’interlocutore ad accogliere con interesse  o addirittura con simpatia le sue opinioni.

Chi invece con lui ha avuto il privilegio di lavorare, lo ricorda infaticabile ed avventuroso esploratore di sentieri impervi della politica nei quali si addentrava con il passo leggero ed accorto dell’uomo di partito libero tuttavia da pregiudizi e teso a costruire un soggetto capace di essere polo di attrazione per quanti immaginavano una destra migliore e maggiormente incline ad occuparsi del presente e del futuro, oltre che a coltivare le proprie memorie.

Fu per questo, soprattutto, che fondò nel 1985 la rivista di cultura politica “Proposta” – una delle più belle e ricche nel panorama editoriale della destra (e non soltanto) del dopoguerra – dalla quale cominciò a ragionare con il mondo avverso e ad ipotizzare una “rivoluzione” da compiere con le armi delle idee al fine di rinnovare non soltanto la sua parte politica, ma anche di porre al centro della riflessione più generale il grande tema del riformismo intorno al quale far ragionare anche gli avversari. Come non ricordarlo, essendogli stato vicino soprattutto in quegli anni (le pubblicazioni cessarono nel 1991), insieme con gli amici Adolfo Urso e Mauro Mazza, fervidamente impegnato nel tenere, tra molte difficoltà, in piedi una creatura, fragile nella struttura, ma agguerrita sul piano delle idee e delle proposte che formulava? Non da tutti, nel suo stesso partito, veniva capita quella rivista che si proponeva di innovare piuttosto che di restaurare, semmai c’era qualcosa da restaurare, il cui obiettivo non era neppure quello di contribuire a creare una nuova classe dirigente, ma a portare il “polo escluso” al centro del dibattito.

E ci riuscì, nonostante tutto, costruendo attorno a “Proposta” una tendenza che nel MSI si andò radicando fino a determinare svolte politiche non di poco conto il cui approdo, dopo il congresso di Sorrento nel 1987, fu la vice-segreteria qualche anno più tardi quando Rauti vinse il congresso di Rimini.

Ma Mimmo, così lo abbiamo sempre chiamato, era anche capace di gesti clamorosi quando comprendeva che, per quanti sforzi facesse, la situazione restava bloccata. Quei suoi generosi tentativi, politici e culturali, non sortivano agli inizi degli anni Novanta, gli effetti sperati. Lui ne prese atto. Si dimise da parlamentare – quanti lo avrebbero fatto? – buttando a mare una carriera che gli avrebbe certamente riservato ancora soddisfazioni, e se ne andò a Napoli a dirigere il “Roma”, glorioso quotidiano della città che lui ebbe il merito di rivitalizzare con l’entusiasmo che gli era proprio fino a quando le condizioni editoriali e societarie glielo permisero.

La fine dell’esperienza non significò la rottura con la politica intesa  soprattutto come confronto: intraprese l’ennesima avventura editoriale creando dal niente un’altra rivista, di altissimo livello e prestigio, “Ideazione” alla quale chiamò a collaborare molte delle intelligenze migliori di orientamento “conservatore” (e non solo) italiane, europee ed americane, offrendo al più vasto ed articolato mondo del centrodestra in via di costruzione  – e nel quale lui avrebbe svolto un ruolo di stimolo nella definizione della sua essenza politica – un armamentario invidiabile di idee, di progetti, di incontri supportato dalla fondazione omonima che per dispiegare meglio l’operazione aveva messo in piedi.

Ancora una volta scontò, dopo anni di successi e di riconoscimenti, il disinteresse di chi avrebbe dovuto supportarlo. Trovò in un seggio al Parlamento europeo, dove venne eletto nelle liste di Forza Italia, la possibilità di portare avanti le sue battaglie di sempre. E poi, tornato nella sua Brindisi, si gettò a capofitto nell’esperienza di sindaco, forse la più generosa e gratificante della sua vita. Quando gli chiesi perché si era sobbarcato un tale impegno, in un momento particolarmente difficile della vita della città, con il sorriso sulle labbra, come suo solito, mi disse: “Se non lo facevo ora per chi nei decenni mi ha dato tanta fiducia, quando avrei dovuto farlo?”. Altri si sarebbero ritirati a vita privata, scrivendo magari qualcosa. Lui no: era sindaco, restava animatore politico e culturale, non rinunciava ad intervenire nel dibattito sui giornali nazionali e su quelli locali e trovava anche il tempo per scrivere saggi tutt’altro che banali sul Mezzogiorno e sulla Destra.

Una delle ultime volte che siamo stati insieme, in una serata intensa e piacevole – era il 22 ottobre 2010, mi ricordano i miei taccuini – in occasione della presentazione a Brindisi del suo libro Destra e democrazia: dall’ideologia al progetto, Mimmo mi apparve particolarmente desideroso di continuare a contribuire alla rivitalizzazione di un progetto politico che si era appannato, ma aveva una città da amministrare e forse dopo si sarebbe potuto impegnare ancora su un altro piano. Ce lo saremmo detti altre volte, di persona e al telefono, fino a quando la malattia che se l’è portato via dopo circa tre anni di sofferenza, non ha impedito la realizzazione della sua ennesima avventura.

Il pensiero e l’opera di Mimmo Mennitti non verranno trascinati via dal vento. Le sue idee sedimenteranno e contribuiranno alla rigenerazione di una cultura politica che ha avuto in lui un grande interprete. E resterà come un vivo esempio di fratello maggiore in chi ha condiviso con lui entusiasmi ed umani abbandoni.

Ti sia lieve la terra, caro Mimmo.