«L’Ucraina fa il gioco degli Usa». Lo aveva detto Solgenitsin, ora lo dice Putin

«La posizione anti russa dell’Ucraina è esattamente ciò di cui hanno bisogno gli Usa. Le autorità ucraine assecondano con compiacimento l’obiettivo americano di indebolire la Russia»: sembra di sentir parlare Putin, e invece sono parole scritte nel lontano 1998 dall’ex dissidente sovietico Aleksandr Solgenitsin, l’acclamato Premio Nobel autore di Arcipelago Gulag e altri saggi. Come si ricorderà, Non è forse un caso che il presidente Putin abbia reso omaggio col premio di Stato nel 2007, un anno prima che morisse, a questo scrittore e storico che gli aveva riconosciuto il merito della resurrezione del Paese e di cui il leader del Cremlino continua a condividere la visione. «Le cose sono maturate rapidamente sino alle relazioni particolari della Nato e dell’Ucraina e sino agli esercizi della flotta americana nel Mar Nero», scrive Solgenitsin in un saggio sulla Russia. Anche Putin vuole che la Nato non metta piede in Ucraina e preferisce che a Sebastopoli «i marinai dell’Alleanza ci vengano come ospiti nostri». L’annessione russa della Crimea, e il monito del Cremlino sul russofono sud-est ucraino, sembrano trovare linfa nello stesso saggio: «L’errore opprimente dell’Ucraina consiste precisamente nell’allargamento eccessivo su terre che prima di Lenin non le erano mai appartenute, ossia i due oblast di Donetsk, tutta la cintura sud di Novorossia (Melitopol-Kherson-Odessa) e la Crimea. Accettare il regalo di Krushiov (della Crimea, nel 1954, ndr) era come minimo poco coscienzioso. La concessione di Sebastopoli in disprezzo, senza neppure parlare delle vittime russe, dei documenti giuridici sovietici, non è altro che un furto di Stato», afferma Solgenitsin. Putin a questo proposito ha sostenuto di aver corretto un errore del passato. «In qualsiasi condizione, la Russia non oserà in alcun modo tradire indifferentemente i vari milioni di russi che popolano l’Ucraina, rinnegare la nostra unità con loro», scrive ancora Solgenitsin. Putin l’ha preso in parola, quasi citandolo nel suo storico discorso al Cremlino del 18 marzo. Nel suo saggio, il Premio Nobel denuncia anche la «repressione e la persecuzione fanatica» da parte delle autorità ucraine della lingua russa, privata dello status di seconda lingua statale ufficiale, retrocessa a lingua straniera o facoltativa, bandita dai media e dal sistema scolastico, quando «oltre il 60% della popolazione la riconosce come propria lingua principale».