Legge 40: la Consulta, le ragioni della politica e il desiderio della genitorialità

La decisione della Corte costituzionale di dichiarare illegittimo il divieto della fecondazione eterologa contenuto nella legge 40 ha scatenato molte reazioni, sia politiche sia scientifiche. Certamente hanno entrambe ragion d’essere perché su temi così delicati rispetto al rapporto tra uomo e scienza e tra legislazione ed etica i confini sono talmente labili da dividere opinione pubblica, partiti e scienziati. Analizzando meglio le tre platee si scopre che l’opinione pubblica è favorevole a quanto deciso dalla Consulta, ritenendo che se una coppia è infertile abbia il diritto di rivolgersi ad un donatore esterno per avere un figlio. In questo atteggiamento da un lato c’è pietismo verso chi non riesce ad avere un figlio suo, dall’altro c’è la consapevolezza che la scienza va avanti e che non è possibile fermarla, tanto più se l’Italia resta una delle poche realtà europee ed occidentali ad opporsi a quel che invece accade ovunque.

La politica si divide sull’argomento per altre ragioni, in parte legate a principi valoriali e in parte ad interessi elettorali. C’è chi segue i principi della Chiesa cattolica e ritiene che i figli possano nascere solo tra marito e moglie naturalmente, ma c’è anche chi in pubblico attacca l’eterologa per avere i consensi dell’elettorato cattolico e in privato dice che è inevitabile si vada in quella direzione. Le scelte della politica su questi argomenti rischiano pertanto di essere condizionate da ragioni ideologiche o dalla convenienza elettorale.

Diversa è invece la posizione degli scienziati. C’è chi come Francesco D’Agostino, leader storico del Comitato di bioetica, dice che l’eterologa non è etica perché il bambino ha un genitore biologico che non conosce e chi, come Umberto Veronesi vorrebbe addirittura permettere anche a single e gay l’utilizzo di questa tecnica per diventare genitori. È evidente che si tratta di posizioni estreme, molto distanti tra loro, ma il compito della politica e del Parlamento dovrebbe essere quello di mediare virtuosamente per evitare che chiunque possa fare un figlio da solo, ma anche che una coppia italiana sterile per avere un figlio debba essere ricca e pronta ad andare all’estero.

Va intanto detto che la fecondazione eterologa appartiene in parte alla natura dell’uomo. La nascita in costanza di matrimonio di un figlio con un padre biologico estraneo alla coppia ha colorito la letteratura europea dei secoli scorsi, senza risparmiare nessuna classe sociale. Se una moglie può avere un figlio con un uomo diverso dal marito non si comprende perché una coppia non possa fare lo stesso per superare la propria sterilità. Diversa è l’eterologa con ovodonazione in caso di sterilità femminile, in cui emerge una trigenitorialità – per alcuni anche genetica – che violenta le regole della natura.

Detto questo il problema è un altro. In tutto il mondo occidentale si utilizza la fecondazione eterologa senza distinzione rispetto alle manifestazioni di fede. Gli Stati Uniti sono molto religiosi e la Spagna è cattolicissima, ma sono all’avanguardia in questa tecnica. La scelta del legislatore italiano, invece, aveva violato l’uguaglianza tra cittadini, perché chi poteva permetterselo prendeva un volo per Barcellona, per Atene o per Bruxelles e diventava genitore, mentre i poveri hanno dovuto rinunciare in attesa che intervenisse la Corte Costituzionale. Il problema della fecondazione assistita, in particolare eterologa, è troppo serio e importante per lasciarlo alle schermaglie della politica o degli scienziati e la Consulta ha fatto bene ad intervenire mettendo l’Italia in linea con l’Occidente.