L’Australia ufficializza il “sesso neutro”. In Europa ci avevano già pensato Germania e Svezia

L’Alta Corte australiana istituisce formalmente il “sesso neutro”. È il risultato della battaglia legale portata avanti da Norrie May-Welby, un 53enne di origini scozzesi che è nato uomo, a 28 anni si è fatto operare per diventare donna e poi ha capito che non voleva essere né l’uno e né l’altro e, quindi, ha chiesto all’anagrafe di Sidney di essere registrato come “neutro” sul certificato di nascita. Fu accontentato e nel 2010 divenne la prima persona al mondo ufficialmente di sesso «non specifico». Quattro mesi dopo, però, l’amministrazione australiana si accorse che c’era qualche problema legale e annullò il certificato. Per questo Norrie, che non ama essere identificato anche con il cognome, intentò quella causa che ora ha vinto, suscitando l’entusiamo della comunità transgender e intersex australiana. «L’Alta Corte è il più alto tribunale che abbiamo e ha riconosciuto in modo molto chiaro che nella comunità vi sono persone con identità di genere non binaria, che hanno diritto di essere riconosciute legalmente», ha detto Sam Rutheford dell’organizzazione “A Gender Agenda”.
In Europa ci sono i casi della Svezia e della Germania. Nel Paese scandinavo l’educazione neutra dei bambini è un must, dilagano nomi che non sono né maschili né femminili e il terzo sesso ha prodotto la modifica del vocabolario con la creazione ad hoc di un pronome neutro, inserito nell’enciclopedia nazionale. Il caso della Germania è più simile a quello australiano. Nel 2013 il parlamento ha varato una legge che permette di registrare i bambini all’anagrafe come neutri. La normativa è stata giustificata con la tutela dei piccoli nati con caratteri sessuali sia maschili sia femminili e con la difesa del loro diritto di scegliere, da adulti, a quale genere ascriversi: “m”, “f”, o “x”. Come nel caso australiano, a monte c’era una sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto come diritto dell’individuo la possibilità di distinguere tra sesso percepito e sesso vissuto. Proprio il caso australiano, però, dimostra tutta la complessità della materia, sui cui rischi si sono espresse voci autorevoli provenienti da diversi ambienti. Sul caso della Germania, per esempio, su un blog si è registrata una vera e propria invettiva del filosofo cattolico Alessandro Rico, per il quale «in questo tripudio di perversa, velleitaria e patetica abiura dell’antropologia più elementare, per cui esistono solo due sessi e una serie di disfunzioni, il buon senso è affondato dalle filippiche sull’inesistente diritto di inventarsi per decreto quello che non può esistere per natura». Sul caso della Svezia, invece, a intervenire tra gli altri è stato lo scrittore e giornalista Jan Guillou, non un retrogrado e pericoloso fanatico religioso, ma un intellettuale definito «personalità illuminata» anche da un sito come gay.tv. Guillou ha bollato l’introduzione del pronome neutro come una cosa «stupida» e ha avvertito sui rischi per la lingua e, soprattutto, per l’integrità psicologica dei bambini. Inoltre, ha chiarito di non credere «che il mio genere abbia nulla a che fare con la parità, perché quello è un problema politico». Ma le obiezioni che maggiormente fanno riflettere sono quelle della comunità scientifica di fronte a casi come quelli dell’australiano Norrie, ovvero di persone che anche dopo l’intervento chirurgico non hanno risolto i loro problemi di disforia sessuale. Già nel 2004, illustrando su una rivista scientifica i risultati di uno studio sui pazienti operati nel proprio e in altri ospedali, il primario del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, Paul McHugh, dichiarò che «noi psichiatri avremmo fatto meglio a concentrarci nell’aggiustare le loro menti e non i loro genitali».