La sinistra radical chic in ginocchio alla festa di Scalfari. E lui si vanta: mi hanno chiamato il Papa e Giorgio…

Mancavano solo Giorgio Napolitano e papa Francesco (che però hanno telefonato) alla Messa cantata per i 90 anni di Eugenio Scalfari che si è celebrata ieri al Teatro Argentina. In grande spolvero tutta la sinistra che conta, quella cresciuta a pane e Repubblica, il gotha del giornalismo nazionale, la crema dell’intelligenza progressista a festeggiare la vita e le opere del grande Patriarca che nella sua lunga carriera non ha mai brillato per umiltà e modestia («Ho inseguito l’ideale di perfezione, ma la verità è che danziamo sul caos», ha detto con piglio nicciano all’intervistatore amico Antonio Gnoli). Non è stato un compleanno in famiglia con i nipotini sulle ginocchia quello dell’ipertrofico Barbapapà che ha scelto la formula dell’autocelebrazione liturgica: cinque orazioni affidate ad altrettanti sapientoni che attraverso le metafore del viaggio, della conoscenza, della passione e dell’amicizia e della sfida hanno ripercorso la “gloriosa” biografia scalfariana. Con le dovute amnesie di cui Scalfari è campione. Chi si ricorda più dell’elezione alla Camera nel ’68 nelle file di quel Partito socialista processato con metodi giacobini molti anni più tardi dalle colonne di Repubblica? E della stagione estremista del gruppettaro Eugenio? Ad aprire le danze l’editore di una vita, l’Ingegnere amico, Carlo De Benedetti, che ritrae la vicenda di Scalfari come un caso unico nella storia del giornalismo mondiale perché inventore, imprenditore e direttore. Un lungo interminabile omaggio al superego del Novantenne, quasi tre ore di encomi che hanno sfidato la pazienza del sontuoso parterre, costretto ad applaudire al genio capriccioso, ad ascoltare rapito il “viaggio dentro se stesso” dell’illustre festeggiato che, udite udite, ha il compito di «preservare la migliore tradizione dell’umanesimo italiano», a lodare le sue acerbe sperimentazioni filosofiche, ad abbeverarsi degli incerti versi del novello Dante. A sfilare alla corte di re Eugenio in tanti: da Walter Veltroni a Enrico Letta, da Gianni De Benedetti a Ezio Mauro (seduti alla destra e alla sinistra del padre), da Roberto Benigni a Carla Fracci, da Renzo Arbore ad Achille Bonito Oliva, da Fabrizio Saccomanni a Vincenzo Visco. Non poteva mancare mister Grande Bellezza, Paolo Sorrentino il regista premio Oscar che sonnecchia alle parole di Alberto Asor Rosa, incaricato dell’orazione sull’amicizia tra Eugenio e Italo (Calvino). Re Eugenio, icona dell’Italia migliore (quella che non ha votato Dc e non vota Berlusconi), fa la ruota e risveglia la platea esibendo come un trofeo gli auguri dell’amico Giorgio. «Alle 8 di sera mi arriva una telefonata. Ormai riconosco il numero. È Giorgio Napolitano, mi fa gli auguri e mi dice cose che mi hanno fatto molto felice ma non racconterò», racconta l’affabulatore indugiando sulla confidenza fraterna con il capo dello Stato che avrebbe voluto presenziare al teatro Argentina. «Giorgio ti prego non venire, non puoi stare lì due ore a sentire come sono fatto. Hai cose più importanti cui dedicarti». Alle 9 il telefono squilla  ancora, stavolta è papa Francesco «con il quale abbiamo avviato un dialogo del quale scrivo in privato, perché lui non vuole ne scriva più altrimenti lo assediano dalle altre testate».  Alle dodici arrivano anche gli auguri di Matteo Renzi «nonostante su Repubblica l’avessi bastonato». Più che un bastone è uno scettro con il quale da decenni Scalfari guida la sua comunità di militanti, pronta al suo via a scatenare l’inferno contro i nemici che via via si incontrano nel cammino, da Bettino Craxi all’odiato Cavaliere.