La riforma del Senato è un “paccotto” che nasconde il voto anticipato

Era fin troppo prevedibile che l’imminenza delle elezioni europee finisse per inquinare il tema delle riforme. Non stupisca, quindi, se le forze politiche sembrano appassionate più al festival delle recriminazioni e dello scaricabarile che ad entrare nel merito del pacchetto di modifiche costituzionali annunciato da Renzi. E dire che a scarseggiare non sarebbero certo gli argomenti.
Prendiamo l’abolizione del Senato e la sua sostituzione con la cosiddetta Assemblea delle Autonomie. Il premier la vuole non elettiva e non retribuita, con poche e limitate funzioni e formata da presidenti di regione, sindaci di città metropolitane, due consiglieri per regione a prescindere dalla loro popolazione e, come ciliegina sulla torta, ventuno membri di nomina quirinalizia che andrebbero ad aggiungersi alla pattuglia tuttora in carica a Palazzo Madama. Il totale fa 148. Ma è soprattutto la composizione a porre qualche dubbio circa la serietà della riforma, visto che somiglia ad un abito cucito su misura per una sinistra da sempre egemone sul terreno dell’amministrazione territoriale e culturalmente ancora tributaria di quel partito dei sindaci che ebbe grande fortuna agli inizi degli anni ’90 e di cui Renzi un tardo epigono. Come si vede, il trucco c’è. Eccome.
È dunque di tutta evidenza che quando Renzi intima il “prendere o lasciare” riferito all’Assemblea di cui sopra, sta più provocando che proponendo e che forse sta cercando più un “no” che un “sì”. Ma chi potrebbe mai accontentarlo? Non certo la fragile ed intimidita opposizione dei Civati e dei Bersani, troppo schiacciata su potentati tipo Anci o Conferenza delle Regioni per poterli deludere in maniera così plateale nelle loro ambizioni di grandeur. Lo confermano l’accoglienza glaciale riservata dall’establishment del Pd all’appello di Zagrebelsky e Rodotà in favore dell’attuale Senato e la circostanza che nessuna voce ufficiale della sinistra si è levata in difesa dei “professoroni” sferzati da Renzi. Né – a questi – potrebbe giungere in “soccorso” l’alleato Alfano, assolutamente indisponibile a passare per lo sfasciacarrozze che sabota le riforme in nome della bottega di partito. Non resterebbe che Berlusconi, alle prese con sondaggi impietosi che esigono un immediato cambio di passo e comunque una più puntuale definizione del ruolo di opposizione. Non che il Cavaliere possa determinarsi a rompere su riforme gradite al suo stesso elettorato, ma di certo può far valere la golden share sulla loro approvazione che i numeri parlamentari ancora gli assicurano.
Se i senatori di Forza Italia si sommano a quelli del M5S, la riforma ha poche chanches di passare così com’è e non v’è dubbio che la singolare convergenza degli “azzurri” con il movimento più anti-casta del Parlamento aiuterebbe Berlusconi a non finire nel retrobottega dei passatisti. E se davvero Renzi decidesse di non adeguarsi ad una riforma manomessa e chiamasse banco attraverso con elezioni anticipate, non è da escludere che potrebbe essere proprio il Cavaliere a beneficiarne dal momento che si andrebbe a votare con quel Consultellum ritagliato dalla Corte costituzionale che ci riporterebbe al proporzionale puro, senza premi di maggioranza e quindi senza vincoli di coalizione ma con sbarramenti in entrata. L’habitat ideale per uno scacchista come Berlusconi che – anche come terza forza dietro Grillo – conserverebbe ottimi argomenti per essere invitato al gran galà del secondo governo Renzi, il primo della rediviva Prima Repubblica.