La pubblicità di Carosello è più dignitosa degli spot di Renzi

Tra un’iperbole e un’esagerazione forzata, tra enfasi esasperata e immaginario pop, il lessico e lo stile renziano ci hanno lasciato ancora una volta senza parole: l’effervescenza e i giochi verbali della sua “narrazione” raggiungono soltanto l’effimera euforia di un villaggio turistico, neanche di un Carosello, che ha un sua dignità. Lui ce la mette tutta, ma dopo l’effetto di una sua frase o di una battuta, resta lo sconcerto. Uno riflette e pensa: ma possibile che sia vero ciò che ho sentito? È questo il destino politico che ci attende nel medio lungo periodo? Che male abbiamo fatto per sentire definire “mitici” gli 80 euro dati a parte degli italiani? Sei mitico, lo dicono i pischelli. “Mitici” si definiscono spesso gli anni Sessanta, gli Ottanta, con un aggettivo che intende rimarcare un segno indelebile nel costume e nell’immaginario. Il mito, insomma, è una cosa seria. Ma gli 80 euro renziani non lasceranno nulla di tutto ciò. L’aggettivo autocelebrativo serve a coprire in realtà un linguaggio medio, povero, basato su stilemi televisivi, frasi fatte, pedanti frasi retoriche. È ottimo per il suo scopo, perché non è troppo impegnativo; non definisce con precisione, è generico e va bene un po’ per tutto.

Poi, però, il troppo storpia, bisogna avere il senso del limite e lui non lo ha: «Sono felice. È il primo passo di una rivoluzione», ha detto dopo la presentazione del dl Irpef. Che parolona impegnativa, iperbole col botto, soprattutto per la sua area politica di riferimento. Se lo sentisse Castro parlare di rivoluzione per avere ridotto a 5 le auto blu nei ministeri, si risentirebbe un po’. Marx si rivolterebbe nella tomba. Se quella di Renzi è una rivoluzione, come dovremmo definire il “Grande balzo in avanti” di Mao? Ma Renzi evidentemente non ha complessi e con un buona dose di mitomania e un po’ di narcisismo va avanti con destrezza, noncurante di averla sparata grossa. Ma poi arriva anche per lui il momento del luogo comune più abusato: «Ci saranno massimo 5 vetture a ministero e i sottosegretari e i direttori generali vanno a piedi o in autobus». Questa mania da bravo ragazzo fiorentino che usa la bici come simbolo di anticonformismo è stucchevole, sarà che ci ricorda da vicino Ignazio Marino, altro fanatico delle due ruote. La bicicletta e l’autobus evocati come un “abracadabra” per annullare i privilegi, somiglia tanto al “latinorum”, di manzoniana memoria, quanto gli alti prelati usavano paroloni latini per abbindolare il popolino…