La morte di Mickey Rooney, il “piccolo-grande” attore che per 90 anni ha fatto sorridere l’America

Mickey Rooney è morto ieri: e con lui si dissolve l’immagine sbiadita di quell’America in bianco e nero, perbenista e ottimista, di cui per decenni ha rappresentato sul grande schermo il volto più genuino della sophisticated comedy. Aveva novantatré anni, eppure per lui, più che per qualunque altro immortale divo hollywoodiano, veramente l’età è stata quasi sempre un dettaglio. Sarà perché ha esordito, quando aveva appena 15 mesi, negli spettacoli di vaudeville del padre – un immigrato scozzese – e perché ha recitato fino all’ultimo giorno possibile, nel 2006, vestendo i panni dell’integerrimo custode in Una notte al Museo, accanto a Ben Stiller. Sarà perché è lo stesso attore che da bambino prodigio ha ammaliato generazioni di cinefili – dagli esordi realizzati a soli cinque anni con Not to be trusted – e che poi, da ragazzo, ha confermato talento e stile grazie al successo di capolavori intramontabili come Capitani coraggiosi (1937) e La città dei ragazzi (1938), dove Rooney lavora sul set come co-protagonista di Spencer Tracy. Sarà per quell’inimitabile cammeo reso in Colazione da Tiffany, dove l’attore all’epoca maturo, interpreta un ruolo marginale nella vicenda sentimentale, eppure mai dimenticato, dell’eccentrico vicino di casa giapponese della bellissima Audrey Hepburn. Sarà per quel suo aspetto da eterno ragazzotto della porta accanto, sublimato da una longevità artistica fuori dal comune. Sarà: e di fatto la sua, è stata una carriera lunghissima e ricchissima, culminata non a caso nella conquista di due premi Oscar: uno giovanile, conseguito nel 1939 grazie al film Ragazzi attori, e un secondo, onorario, attribuitogli nel 1983 alla carriera.

E tra il debutto e l’addio al cinema, tanto teatro, episodiche performance televisive come guest-star in serie di successo quali Love Boat e La signora in giallo. Tutti impegni omaggiati in nome di un eclettismo istrionico, per cui Rooney è passato ciclicamente dalla ribalta al set. Così, come nel ’74 appare in C’era una volta Hollywood – un documentario sull’epopea della Metro Goldwyn Mayer, major di cui proprio lui è stato grande protagonista, avendo lavorato a lungo in una celebre saga cinematografica che lo vedeva recitare nei panni di Andy Hardy, iniziata nel 1937 con il film Affari di famiglia, e proseguita, tra serial e revival, fino al 1958 – per estensione, nel ’95, Rooney doppia se stesso in una comparsa da “straordinaria partecipazione” in un episodio del cartoon I Simpson. In mezzo, nove matrimoni – di cui il primo con Ava Gardner –, il fraterno sodalizio artistico con Judy Garland; l’affiatamento professionale con Elizabeth Taylor e Spencer Tracy. Per tutti, indimenticabile “piccolo grande attore”, ed eterno simbolo cinematografico di una stagione hollywoodiana che non c’è più.