La guerra alla burocrazia va bene, ma stop al “luogocomunismo”

Lotta violenta alla burocrazia. Da maggio entreremo con le ruspe nella pubblica amministrazione. Non si risparmia Matteo Renzi. I toni sono sempre gli stessi. Anzi, tendono ad alzarsi. Non c’è da sorprendersi. Le elezioni europeee si avvicinano e cresce il bisogno di farsi sentire, di calamitare consensi, di perforare la coscienza di un elettorato in gran parte frastornato e deluso. Che c’è di meglio allora  di una bella sferzata alla burocrazia? Non è forse la guerra alla burocrazia  la “madre di tutte le battaglie”? Quante parole sono state spese negli ultimi tempi per descrivere i guasti della pubblica amministrazione, per censurare dirigenti e dipendenti dello Stato, rei di essere strapagati,  nullafacenti, ostili. In molti casi le accuse erano e sono fondate. Come è vero il fatto che la macchina pubblica si è inceppata. Nel migliore dei casi, va  a rilento, procede con il freno tirato. Il mondo cambia, le società si trasformano, le tecnologie avanzano a ritmo veloce e la burocrazia resta immobile, come un pachiderma. Si reclamano tempestività di azione, risposte immediate, procedure semplificate per sostenere le sfide della concorrenza, e invece tutto si perde nei meandri degli uffici, nel rimbalzo delle pratiche da un tavolo all’altro, nel ginepraio dei peremessi , delle autorizzazioni, dei visti. È la sagra dell’autoreferenzialità. Il servizio che si trasforma in potere viscido, nascosto, impersonale. Una autentica iattura per il cittadino. Una maledizione. Più cresce il corpus normativo, si moltiplicano le leggi, si affastellano disposizioni e regolamenti, spesso indecifrabili e contraddittori, più quel “potere”  aumenta, diventa asfissiante, pesante. E’ qui, in questo eccesso inverosimile di norme e pandette, che anche l’ultimo degli impiegati trova il suo rifugio. A volte, vi trova anche l’alibi per fuggire dalle responsabilità o lavarsi le mani come un Ponzio Pilato qualsiasi. Insomma, la macchina dello Stato e degli enti pubblici in genere va rivista, modernizzata, ripulita nei suoi ingranaggi. Nessun dubbio in proposito.D’altro canto non si può dire che non si sia fatto nulla per cambiarla negli anni scorsi. Alcune riforme ci sono state. Alcune buone ed altre pessime. Prendiamo la separazione tra l’indirizzo politico e la gestione amministrativa . Il concetto , traslato dalla esperienza giuridica anglosassone del civil service, mirava ad offrire agli apparati dello  stato moderno quell’elemento di neutralità che è fondamento di una corretta e imparziale amministrazione. Quel che ha reso zoppa la riforma  è stato,  semmai, la mancanza di un processo di regolamentazione del principio di separazione. Con il risultato di lasciare  insolute delicate e complesse questioni che attengono la scelta dei dirigenti, i sistemi di valutazione, la sfera della discrezionalità entro cui le funzioni vanno esercitate. Diciamo la verità, il cordone ombelicale tra politica e gestione amministrativa non si è mai reciso del tutto. Non solo. La politica ,nella sua evanescenza e crescente debolezza, non ha saputo fare altro che consegnarsi nelle mani di un ceto burocratico il quale, da parte sua, si è visto proiettato  ad assumere una sorta di potere sostitutivo. Una volta rese obbligatorie le politiche di contenimento del deficit di bilancio negli enti pubblici, sia centrali che periferici, i margini di una azione politica autonoma e indipendente si sono fortemente assottigliati. Fino ad annullarsi nelle mani ferree di una burocrazia prevalentemente contabile. Riconoscere questi elementi non significa giustificare alcuna forma di rigidità o di arretratezza. Al contrario, significa situare la riflessione nel punto giusto. Evitando sterili luoghi comuni, crociate inconcludenti, affrettate criminalizzazioni. Come se gli oltre tre milioni di dipendendenti pubblici fossero una massa di incapaci, incompetenti, profittatori e ladri di stipendio. Come se nello Stato, nelle sue varie articolazioni, non si trovassero più dirigenti onesti  e validi servitori delle istituzioni, ma soltanto  insopportabili “mandarini”. Sappiamo che non è così. E dovrebbe saperlo soprattutto il presidente del Consiglio. Riformare la pubblica amministrazione si può e si deve fare. Ma non serve alzare la voce e riempire di insulti chi , ed è la maggior parte, fa il proprio dovere . In questo modo si rischia soltanto di istigare , di alimentare reazioni inconsulte. Agli italiani interessa che la pubblica amministrazione funzioni e non le sia ostile. Interessa che chi sbaglia paghi per i suoi errori. Basterebbero alcuni aggiustamenti e poche leggi per migliorare la situazione.