Iraq, il voto tra le bombe: a 11 anni dalla caduta di Saddam si muore più di prima

L’Iraq al voto nel sangue: è la perfetta fotografia di undici anni di fallimento occidentale, e in special modo americano, nel tormentato Paese mediorientale. Da quando il “tiranno” Saddam Hussein è stato abbattuto (e assassinato) non c’è stato più un solo giorno di pace in tutto l’Iraq. Come l’Afghanistan, ogni giorno si susseguono attentati, omicidi, massacri, lanci di bombe, e quasi sempre contro obiettivi civili. Né le cosiddette forze di pace riescono a porre un freno allo stillicidio di azioni di guerriglia. Sono davvero due nuovi Vietnam per una coalizione frettolosa, impreparata, che si è avventurata nell’operazione senza sapere bene cosa andasse incontro. E i risultati si vedono. Le elezioni strumento col quale si immaginava poter traghettare il Paese verso la normalità si stanno rivelando il tragico specchio di una realtà che non si è riusciti a migliorare. Colpi di mortaio sono stati sparati contro due seggi elettorali vicino a Baghdad, senza provocare vittime, durante le operazioni di voto per le elezioni legislative. Lo ha reso noto un funzionario del Comune del settore alla periferia ovest della capitale, dove ha avuto luogo l’attacco. Almeno due donne inoltre sono rimaste uccise in seguito allo scoppio di una bomba vicino a un seggio elettorale nel nord dell’Iraq: lo ha reso noto un funzionario di polizia, mentre proseguono le operazioni di voto. La bomba è esplosa nella città di Dibs, nei pressi di Kirkuk, mentre in un’altra zona del nord insorti hanno fatto evacuare un seggio elettorale prima di farlo saltare in aria, hanno indicato un poliziotto e un membro della commissione elettorale. Non è finita: almeno 5 persone sono rimaste uccise e 4 ferite quando un attentatore suicida si è fatto saltare in aria in un seggio elettorale in Iraq vicino a Baijy, a nord di Baghdad. Lo riferisce l’agenzia Nina citando fonti della sicurezza. Tra gli uccisi figurano anche due membri della commissione elettorale nei pressi di Kirkuk, nel nord. Inutile dunque si è rivelato l’appello agli elettori perché vadano in massa alle urne per rispondere «al terrorismo e al settarismo» lanciato dal primo ministro iracheno Nuri al Maliki alla vigilia delle consultazioni, peraltro già insanguinate da una serie di attentati che nelle ultime 24 ore hanno provocato almeno 79 morti. Un Paese che 11 anni dopo la caduta del regime di Saddam Hussein è stato ininterrottamente sconvolto dalle violenze e dalle tensioni interconfessionali tra sciiti e sunniti, aggravate dal conflitto civile nella vicina Siria, si appresta a scegliere i 328 deputati del nuovo Parlamento nella prima tornata elettorale dopo il ritiro delle truppe americane. E Maliki, premier sciita contestato da vasti settori della minoranza sunnita, si propone per un terzo mandato a capo del governo, che guida dal 2006. Ma la frammentazione del panorama politico, che vede sciiti e sunniti divisi anche al loro interno, renderà probabilmente necessarie lunghe trattative per riuscire a formare il nuovo esecutivo dopo il voto. Le violenze che hanno scosso l’Iraq negli ultimi due giorni fanno temere il peggio per la giornata elettorale, su cui vigilano 800.000 membri delle forze di polizia e dell’esercito. Si stima che almeno 123.000 civili sono stati uccisi nelle violenze in Iraq dalla caduta del regime di Saddam Hussein, nel 2003. Lo sostiene l’Iraq Body Count, una ong, che sale a 188.000 contando i morti tra i combattenti.