Innovazione e qualità: così l’export del vino cresce del 7% e traina il Made in Italy nel mondo

Il bilancio arriva dal Vinitaly ed è nettamente positivo: anche in tempi di crisi, il vino italiano cresce. Fermi e bollicine hanno segnato nel 2013 un più 3% di fatturato, per un valore assoluto, secondo le stime diffuse in questi giorni da Coldiretti, di 9,3 miliardi. A trainare è soprattutto l’export: a fronte di un mercato interno

cresciuto dell’1,5%, le esportazioni hanno segnato quota +7%, superando per la prima volta i 5 miliardi di euro. Il settore si conferma così primo vero ambasciatore del Made in Italy nel mondo, surclassando anche le altre due punte di diamante della produzione nostrana: l’alimentare e il manifatturiero che, secondo un’altra ricerca presentata al Salone del vino e condotta stavolta dall’ufficio studi di Mediobanca, si fermano rispettivamente a un +0,3% e a un -0,3%. Al primo posto fra i mercati esteri in cui si beve italiano si piazza l’Unione europea, che assorbe il 51% delle bottiglie esportate e che rispetto al 2012 ha fatto segnare un notevole +9,2% di vendite. Un fenomeno che non è solo economico, ma anche di costume e che mostra come, in qualche modo, l’enologia italiana stia cambiando anche le abitudini di popoli tradizionalmente abituati a bere altro, birra in testa. È il caso, per esempio, di due Paesi come Germania e Gran Bretagna, dove «la fidelizzazione negli ultimi anni è raddoppiata, passando da una famiglia su 6, che almeno una volta all’anno brindava con il nostro spumante o pasteggiava con il nostro vino, a una su 3». A spiegarlo è Alfeo Martini, amministratore del gruppo Mondodelvino, che include i marchi Mgm Mondo del vino, Barone Montalto, Poderi dal Nespoli e Cuvage, di recente ha chiuso accordi commerciali con la grande distribuzione dei due Paesi per la vendita di tre milioni di bottiglie ovvero per 5 milioni di euro che si aggiungono agli 83 milioni di fatturato prodotto nel 2013. «L’innovazione di prodotto e l’ampliamento della gamma di vini proposti sono le chiavi vincenti che ci permettono di ottenere questi brillanti risultati in mercati dove quotidianamente si impone la competitività da parte dei grandi produttori vinicoli mondiali», ha proseguito l’imprenditore, la cui azienda investe ogni anno 2 milioni di euro in ricerca e sviluppo, fra i cui risultati vi sono sei nuovi rossi: Asio Otus, Luna Argenta, Sorpasso, Barone Montalto, Ammasso e Rinforzo. Si tratta di un tipo di impegno che gli imprenditori italiani non sempre portano avanti in condizioni favorevoli e capaci di renderli maggiormente competitivi sul mercato globale. Molti operatori del settore, infatti, avvertono sui danni provocati dal peso di fisco e burocrazia: dal patron di Eataly, Oscar Farinetti, per il quale «servirebbe una grande operazione di sgravi fiscali per far tornare la voglia agli imprenditori di andare all’estero», alla Cia, la Confederazione italiana agricoltori, che al Vinitaly si è presentata con un’iniziativa che si riassume tutta nel titolo “Libera il vino dalla morsa della burocrazia”. Ciononostante, si cresce. La seconda piazza estera è quella del Nord America, con il 32,7% dell’export e un incremento del 3,9%, seguita a distanza dall’America Latina, che si ferma all’1,4% del mercato, e dal resto del mondo che – sommando Africa, Medio Oriente e Paesi non europei – si attesta al 10,6%, facendo comunque registrare un incremento del 14,9% che parla di ulteriori possibilità di espansione. È ancora Martini a spiegare che «il gruppo sta guardando con molta attenzione agli Usa e ai nuovi mercati emergenti e si prepara ad arricchire anche le tavole della Russia e dell’Estremo Oriente: Cina, Corea, Giappone». «Da gennaio – chiarisce – è attiva una nuova sede distaccata a Seul, mentre ad aprile è prevista l’apertura a Mosca di una controllata per operare la distribuzione sul territorio russo. In queste zone – spiega il patron di Mondodelvino – prevediamo di raggiungere nei prossimi cinque anni un fatturato minimo di 10 milioni di euro». Uno spaccato che spiega anche un altro dato diffuso dalla Coldiretti, su elaborazione di dati Almalaurea: la laurea del gruppo agrario ed enologico si colloca sul podio tra quelle con i migliori esiti lavorativi-occupazionali, con l’82,5% dei laureati che è occupato a cinque anni dalla conclusione del ciclo di studi contro il 74,2% di quelli, per esempio, del gruppo giuridico.