India alle urne: l’italianissima Sonia Gandhi è il primo ostacolo per i marò

Fiato sospeso per i nostri marò sequestrati in India da oltre due anni fino al verdetto elettorale del  16 maggio, che metterà fine alla colossale maratona delle urne per il rinnovo della più grande democrazia del mondo. Solo allora si saprà con certezza l’esito del braccio di ferro tra il Partito del Congresso saldamente nelle mani della “straniera” Sonia Gandhi, alla guida del Paese da dieci anni e oggi in seria difficoltà, e il partito nazionalista indù di Narendra Modi, dato per favorito da tutti i sondaggi. Che l’incandescente campagna elettorale di Nuova Delhi, tutta giocata sul crinale di un nazionalismo senza se e senza ma, avrebbe condizionato i rapporti con Roma è stato chiaro fin dal principio, ma adesso il risultato elettorale che potrebbe cambiare il volto politico dell’India è monitorato con grande attenzione e preoccupazione dalla Farmesina  per le sue pesanti ricadute sulla sorte dei fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, finiti nel tritacarne della macchina elettorale indiana. Per ironia della sorte la vittoria, molto probabile, del partito nazionalista di Modi potrebbe rivelarsi più vantaggiosa della riconferma al timone del Paese dei discendenti della dinastia di Indira Gandhi.

Finora è stata proprio l’italianissima Sonia, giudicata dagli indiani come un’usurpatrice grazie al matrimomio con la famiglia più eminente del Paese, il principale ostacolo alla soluzione della vicenda dei nostri marò, costretta a dover dimostrare all’opinione pubblica cuore duro e nervi d’acciaio con il suo Paese natale. Da tempo avrebbe rinnegato le sue origini italiane per accreditarsi come indiana doc fino a gestire con sospetta durezza a suon di ultimatum le relazioni diplomatiche con Roma. L’ex ragazza di Lusiana, nata in un angolo rassicurante della provincia di Vicenza, uno dei più grandi enigmi della storia mondiale: da figlia prediletta della borghesia italiana a leader di una superpotenza planetaria. Costretta dalla ragion di Stato a esibire continuamente la patente dell’orgoglio nazionale, infatti, si tiene a distanza di sicurezza da tutto ciò che abbia a che fare con l’Italia e che possa scolorire la sua nazionalità indiana abbracciata solo nel 1983, quindici anni dopo il suo matrimonio con Rajiv.

Oggi Sonia non parla più la sua lingua neppure se incontra un diplomatico in missione da Roma ed è stata proprio lei, all’indomani dell’incidente nel quale vennero uccisi i due pescatori, a usare per prima la voce grossa nei confronti dell’Italia. All’epoca della licenza elettorale concessa ai marò nel marzo del 2013 fu proprio la leader del Congress Party a cavalcare il caso in chiave elettorale denunciando come «inaccettabile» il comportamento di sfida del governo italiano e obbligando il primo ministro a incrociare le spade contro Palazzo Chigi per la riconsegna di Girone e Latorre. È stata innanzitutto la signora Gandhi – dicono fonti vicine al partito – a non voler “cedere” a un negoziato con l’Italia. Sulla delicata vicenda non si può offrire all’opinione pubblica l’impressione di essere deboli, insomma, l’italianità di Sonia non deve diventare vulnerabilità politica. Voce grossa con lo straniero, si potrebbe riassumere così la svolta politica della leader del Partito del Congresso, di cui il figlio Rahul è oggi candidato a premier. Proprio oggi Sonia Gandhi  si è rifiutata di presentare una copia del suo passaporto a un tribunale americano che sta indagando sul sospetto coinvolgimento del suo partito nel massacro di sikh nel 1984. «Il governo indiano non lo permette per ragioni di sicurezza», ha detto nella lettera di risposta alle autorità Usa.