Il premier è un giocatore di poker ma forse sta alzando troppo la posta

A Renzi deve piacere molto il gioco del poker. Non scopre le carte, almeno non tutte, e intuitivamente rilancia il piatto con la sicumera del giocatore incallito. Gli piace scompaginare, sorprendere, lasciare di sasso gli astanti e nel dubbio gli avversari. Alza la posta con velocità sorprendente. Il rischio è il suo mestiere. Che sia un rischio calcolato è presto per dirlo. Non ci sono ancora controprove. E il bluff non sempre riesce. Nel rischio si può inciampare se non si adottano adeguate contromisure. Siccome la politica, a prescindere da come è stata ridotta negli ultimi tempi, mantiene ancora intatti alcuni meccanismi ( parlare di regole, ci sembra, francamente eccessivo), è bene non lasciarsi frastornare dalle parole in eccesso, dalle troppe promesse spacciate per certezze, dai rumori che accompagnano le attese. Nel linguaggio renziano non c’è il conio della novità assoluta. Sul Corriere, Pierluigi Battista lo analizza con particolare acume. Ci sono espressioni che contengono il germe di un gergo giovanile accattivante e impertinente, quelle più proprie al lessico toscano e quelle , infine, che rimandano ad abusate perifrasi di una politica che ha fatto il suo tempo. Insomma, miscela e confonde le acque, più che innovare. Se poi dalle parole si passa alla rassegna delle cose concrete , messe in campo o semplicemente annunciate, si apre un vortice. Nel gioco del rilancio, il giocatore tenta di far perdere di vista la giocata precedente e mira a far concentrare l’attenzione su quella successiva. Così accade che il Def abbia soppiantato le riforme costituzionali, che il carosello delle nomine negli enti che contano e nelle aziende pubbliche importanti lasci il passo alle candidature europee coniugate al femminile, che gli ottanta euro promessi per i contribuenti con meno di 1500 euro al mese  venga superato dall’annuncio del provvedimento con il quale si riducono emolumenti e stipendi dei manager pubblici. È il metodo del rilancio, appunto. Nelle società moderne i cui ritmi sono scanditi dalla velocità del comunicare e dal numero delle notizie che si bruciano in poche ore, il metodo può dare i suoi frutti nel tempo breve. Se non altro perché sostituisce un modello politico farraginoso, stantio, macchinoso, con un altro dotato di indubbio dinamismo. Sui tempi lunghi non è scontato che funzioni. Quando ,poi, si passa alla verifica, al controllo tra quel che si dice di voler fare e quel che effettivamente si riesce a fare, il discorso assume un’altra piega.  Prendiamo le riforme istituzionali del Senato e del Titolo V. Il costituzionalista, Valerio Onida, tanto per dirne una, giudica un errore grave quello di racchiudere in un solo disegno di legge riforme alquanto eterogenee fra loro, anche se presentano alcune connessioni. Mettere insieme in un unico corpus norme di rango costituzionale , che vanno dal bicameralismo al procedimento legislativo, dal rapporto Stato-Regioni alla soppressione del CNEL, denuncia un pressappochismo a dir poco spaventoso. Eppure la vicenda che portò alla inopinata riforma del Titolo V della Costituzione, con i suoi risvolti politici e le evidenti conseguenze catastrofiche che oggi si registrano ( da noi più volte denunciate), avrebbe dovuto insegnare qualcosa al legislatore. Se non altro, avrebbe dovuto indurlo a trattare la materia costituzionale con più delicatezza e appropriate misure. Sarebbe davvero una gran iattura se, dopo aver imboccata la strada delle grandi riforme e agitato il vento salutare della innovazione, ci trovassimo a fare i conti con assetti istituzionali peggiori di quelli eliminati. Non siamo i soli ad osservare che il Senato, nelle forme di rappresentanza indiretta evocate da Renzi, e nel nuovo dimensionamento funzionale , si trasforma in una sorta di assemblea consultiva, incapace di incidere, e, come tale, sostanzialmente inutile. Quanto alle sbandierate promesse per alleviare le condizioni dei circa quattro milioni di “incapienti fiscali” , ossia di coloro che guadagnano meno di otto mila euro l’anno e che, non pagando abbastanza tasse, non incassano il bonus,  alcuni studi ne mettono in luce la inconsistenza pratica. Con il gioco delle detrazioni, dei carichi familiari e con il sistema attuale basato sugli scaglioni di reddito e sulle aliquote, gli incapienti  sono molti di più. Dove trovare i soldi per le necessarie coperture, non lo sa nessuno. Per un progetto redistributivo serio servirebbero 20 miliardi. Non i 6,7 preventivati. A dirlo è ora anche l’ex ministro Vincenzo Visco. Non uno a caso. Né uno che può essere tacciato di mettere i bastoni tra le ruote. Fare i conti senza l’oste non ha portato mai niente di buono. Anche ai giocatori di poker. Comunicatelo a Renzi.