I partiti snobbano il Sud e rischiano di non afferrare il “nuovo che torna”

Più tempo passa, più le elezioni europee del prossimo maggio sembrano un tressette col morto, dove il morto, o presunto tale, è il Mezzogiorno, tema ormai bandito dal dibattito tra e nei partiti a tutto vantaggio di polemiche più o meno convinte contro l’euro, le caste e chi più ne più ne metta. Un vero peccato. Di più: un errore politico, dal momento che, opportunamente declinato, in termini elettorali il Mezzogiorno può rivelarsi tutt’altro che un cattivo affare.

Certo, la questione è frusta. Ma esiste. Di sicuro non trova ascolto la pretesa di spacciarne la caricatura attingendo da quel micidiale cocktail ottenuto dal mix di revanscismo neoborbonico e meridionalismo d’antan con annessa giaculatoria sul “come si stava meglio quando si stava peggio”. Messa così, è fin troppo scontato che, oltre a braccia e cervelli, dal Sud fugga anche la politica nazionale. Vuoi mettere? Il Veneto gioca alla “rivoluzione americana” con i trattori travestiti da blindati, l’Italia è tutta una protesta contro l’Europa dei banchieri e dei burocrati e si pretende pure che qualcuno si ricordi del Sud? Ma per quanto paradossale possa apparire, la risposta non può che essere positiva. Anzi, proprio dal Sud bisogna partire per rimuovere le macerie terremotate dall’ubriacatura trasversale che ha introdotto il federalismo spacciandolo come l’antidoto ad iniquità, privilegi e parassitismi. Il risultato è devastante ma, contrariamente alla vulgata corrente, a soffrirne è più il Sud che il Nord. Lo ha recentemente certificato la Corte dei Conti, secondo cui dal 1990 al 2012 la pressione fiscale è schizzata dal 38 al 44 per cento. Di questi sei punti in più i 4/5 sono imputabili all’aumento delle entrare locali in carico al Sud dove l’impennata si traduce infatti in un insostenibile +130 per cento. Della serie: abbiamo introdotto il federalismo fiscale per fare più ricco il Nord ma siamo riusciti solo a rendere più povero il Sud. Ancor più dettagliata è una ricerca dell’Anief (Associazione nazionale professionisti della formazione), che ha spulciato in parallelo il bilancio di una famiglia milanese e di una napoletana. In questo caso, gli aumenti riguardano voci diventate particolarmente urticanti per i contribuenti partenopei: Rc auto (+155), Rc moto (+189), addizionale Irpef (+28), tassa rifiuti (+12), ma in cambio del salasso il napoletano non riceve gli stessi servizi e gli stessi benefici del meno tartassato milanese. Né si pensi che il Mezzogiorno sia stato compensato con maggiori assunzioni nel settore pubblico. Sempre l’Anief assicura che su 22.000 insegnanti di sostegno, ben 18.000 pari all’80 per cento si trova al Nord mentre il restante 20, cioè 4000, è appannaggio delle scuole merdionali.

Basterebbero questi scarni dati ad imporre ai partiti minore pigrizia mentale e maggiore resistenza alle mode politiche del momento. Il federalismo è un Graal che si è rivelato tutt’altro che miracoloso per la nostra economia e per la tenuta stessa dell’Italia, oggi minacciata non tanto dalla parodia di improbabili secessioni quanto dal progressivo arretramento del sentimento di comunità nazionale. E infatti non è di un leghismo rovesciato che ha bisogno il Paese bensì di un forte pensiero nazionale in grado di affrontare e reggere la sfida dell’integrazione europea.

Far comprendere che il Nord ha bisogno del Sud esattamente come il secondo del primo, non è un tardivo omaggio alla retorica deamicisiana né una turbata gattopardesca ma solo l’unica strada per liberarci dalle scorie di un localismo accattone che ci ha regalato prima la versione alla D’Alema del Titolo V della Costituzione e quindi il pasticciaccio brutto del federalismo fiscale alla Calderoli. La reciprocità nazionale non sta nelle chiacchiere ma in pochi numeri riscontrabili in un recente  studio della Srm (Società ricerche Mezzogiorno partecipata da Intesa San Paolo e Banco di Napoli), secondo cui su 100 euro destinati al Sud, ben 40,9 attivano una produzione al Nord mentre nel percorso inverso la dispersione benefica si riduce drasticamente al 4,7 per cento. E ancora: il Sud importa risorse dal Centro-Nord per soddisfare il 30,3 per cento delle proprie esigenze mentre la parte alta dello Stivale importa dal Sud risorse per al 25,1 per cento. L’interdipendenza economica tra Nord e Sud è un dato ormai irreversibile. L’uno non esiste senza l’altro. La Padania è un’invenzione ed il Regno di Napoli è storia. L’unica realtà è l’Italia nella sua interezza e solo da italiani abbiamo titolo per partecipare alla sfida per la rifondazione dell’Europa. Chi non ne è convinto, continui pure e giocare a tressette col morto. Ma non se ne abbia poi a male se il morto resuscita. E si vendica.